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Operazione Kazan

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Nella stanza di un albergo di New York, mentre sullo schermo della televisione si susseguono senza sosta i volti di giornalisti e politici intenti a commentare i risultati delle elezioni presidenziali, lo schermo di un cellulare si accende e il dispositivo comincia a vibrare. L’uomo all’interno della stanza vede il numero e riconosce subito la provenienza. È un numero russo. Non è un buon segno, vuol dire che le cose si stanno mettendo decisamente male. In preda al panico, l’uomo risponde. All’altro capo del telefono c’è una voce di donna, una voce nota, che gli dice solo due cose: la prima è che è in pericolo, la seconda è che non può scappare. Nello stesso momento, in un’altra stanza di un albergo di New York, Sergej Petrov si sta preparando a portare a termine la sua missione. Entrato negli Stati Uniti con il falso nome di Dieter Scholl, Sergej è uno spetsnaz, un membro delle forze speciali dell’esercito russo. È anche un infallibile cecchino, un fiero appartenente alla stirpe di Vasilij Grigorevich Zajcev, l’eroe di guerra che aveva abbattuto decine di soldati tedeschi durante l’assedio di Stalingrado e che aveva posto fine alla vita di Erwing König, mitico comandante della Wehrmacht. Il bersaglio di Sergej è molto meno prestigioso: non deve abbattere un grande comandante nazista, ma un individuo la cui identità gli è del tutto ignota. E non ci saranno celebrazioni o fanfare a ricordare quell’omicidio. Ma tutto questo a Sergej non importa. Per lui, l’unica cosa che conta è portare a termine l’incarico che gli è stato affidato. Sa di avere a disposizione una sola pallottola: se dovesse sbagliare il colpo non avrebbe una seconda possibilità, perché a quel punto il bersaglio si metterebbe in fuga, portandosi fuori tiro. Non ci sono alternative, quindi: bisogna fare centro subito, alla prima e unica occasione…

La prima cosa che colpisce, in Operazione Kazan, non è la costruzione della trama, il realismo delle descrizioni o la capacità di caratterizzazione dei personaggi: è il tempismo nella pubblicazione. Uscito in Spagna quasi in concomitanza con l’aggressione russa dell’Ucraina, il romanzo traccia la storia di un esperimento dello spionaggio sovietico che rischia di rappresentare una minaccia terribile per l’equilibrio economico mondiale e al suo interno troviamo figure che sono facilmente riconducibili a politici in carne e ossa, come Trump e Putin, oltre che riferimenti a eventi storici reali quali le ben note ingerenze russe all’interno delle elezioni democratiche di diversi Paesi. Con queste premesse non sorprende che il libro abbia ottenuto un successo clamoroso in patria, aggiudicandosi il Premio Primavera 2022 e ponendosi ai vertici delle classifiche di vendita. Va anche detto che l’autore, Vicente Vallés, è un noto giornalista e conduttore di telegiornale, quindi conosce la materia trattata ed è in grado di costruire una spy story avvincente che tiene costantemente il lettore con il fiato sospeso. E se alcune parti della trama possono risultare tutto sommato poco credibili, si tratta di un peccato veniale per una narrazione che abbraccia un intero secolo di storia, affondando le sue radici nel 1917 per andare a proiettarsi sulle elezioni presidenziali americane del 2024. Del resto, diverse volte la storia ci ha messo davanti a scenari del tutto improbabili che purtroppo si sono rivelati veri, classiche situazioni nelle quali la realtà supera la fantasia. Nulla di male quindi se in un’opera di finzione possiamo trovare alcuni passaggi che sembrano in effetti poco verosimili: non si tratterebbe certo della prima volta, e nulla purtroppo esclude che in futuro ciò che oggi sembra frutto di una eccessiva fantasia non si possa trasformare in una terrificante realtà.