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Oppenheimer

Oppenheimer

Nonostante gli sia stata assegnata una borsa di studio, Robert Oppenheimer ha deciso di iscriversi ad Harvard pagando fino all’ultimo centesimo. È il settembre del 1922 e quel ragazzo diciannovenne spicca immediatamente per le sue fattezze inusuali. Alto e magrissimo, il volto spigoloso e pallido fa risaltare di innaturale bellezza gli occhi azzurro chiaro. I movimenti delle mani e l’incedere lo rendono allo stesso tempo ipnotico e strambo. Il talento intellettuale non è in discussione ma talvolta i suoi comportamenti risultano di difficile lettura e interpretazione. Sembra quasi che l’ambiente che lo circonda gli vada stretto e non è raro immaginarlo a vagare, immerso nei libri di qualche autore tormentato oppure a cavallo nelle aperte distese del suo amato New Mexico. Robert adora Amleto, il personaggio che Shakespeare mutuò dall’epica danese per farlo proprio in una versione letteraria immortale che lo ha reso sempiterno simulacro dell’inquietudine della scelta. Il giovane Oppenheimer non avrebbe mai potuto immaginare che, anni dopo, interrogativi feroci avrebbero tormentato i suoi sogni e che i fantasmi di tali decisioni gli avrebbero fatto compagnia sino ai suoi ultimi giorni. Al momento però, egli è solo un giovane fisico e, peraltro, neanche troppo sicuro del percorso da seguire. Frequenta corsi vari e senza nessun collegamento fra loro: è iscritto ad analisi qualitativa, analisi dei gas e chimica organica, ma anche a letteratura inglese e francese. Affascinato dalla classicità e dal greco che aveva studiato al liceo, ogni tanto pensa anche di voler diventare architetto, o poeta, o pittore. Una cosa su cui non è incerto è la ferma determinazione a laurearsi in tre anni. Il suo sentiero non è chiaro ma il modo in cui vorrà provare a costruirlo altroché se lo è ...

Ripubblicata da Garzanti in occasione dell’uscita nelle sale del biopic omonimo diretto da Christopher Nolan e interpretato da Cillian Murphy, questa biografia racconta dall’inizio alla fine la parabola di J. Robert Oppenheimer (1904-1967) - per gli amici Oppie – fisico statunitense tra i più illustri della sua epoca e noto al grande pubblico per essere stato il padre putativo della bomba atomica, in quanto direttore del Progetto Manhattan. Bird e Sherwin – giornalista di prestigio il primo; raffinato storico il secondo – dipingono un affresco chiaroscurale di proporzioni ciclopiche (oltre settecento pagine e almeno un altro centinaio fra note e bibliografia) che segue da vicino l’ascesa e la caduta di questo Prometeo moderno, mettendo in evidenza la sua ambiziosa e perenne ricerca di una sfida intellettuale ma anche le sue profonde contraddizioni e ingenuità. La vita di Oppenheimer, sapientemente ricostruita attraverso un certosino lavoro documentale che si prefigge l’obiettivo di non tralasciare nessuna testimonianza, si può dividere in tre fasi: quella giovanile dell’irrequieto e brillante fisico che flirta con la mondanità e che diviene compagno di strada (ma mai iscritto) del primo comunismo made in USA; quella dell’Oppenheimer moderno Prometeo in senso stretto, ovvero di colui il quale riesce a incanalare gli sforzi (suoi e dei suoi colleghi) per andare a prendere il fuoco dell’atomica e modificare inequivocabilmente le coordinate del mondo e, infine, quella del Prometeo incatenato alla roccia e roso nel fegato e nel cuore dall’aquila del maccartismo, che, con il pretesto di antiche simpatie e frequentazioni, decide di fargli pagare la netta opposizione alla realizzazione della bomba a idrogeno, sorella ancor più potente degli ordigni sin lì sviluppati. La vicenda Oppenheimer, probabilmente non molto nota al grande pubblico – o almeno non fino ad oggi –, si svolge con l’incedere austero e grave della tragedia e, nonostante non si tratti di un romanzo, tra le pagine fanno capolino uomini e donne dai tratti genuinamente letterari, pur essendo puramente reali. Tra gli altri, ci sono la spigolosa ma acuta moglie Kitty; il leale e burbero Generale Leslie Groves, che con Oppenheimer condividerà l’azzardo e il successo del Progetto Manhattan; ma anche un uomo machiavellico e vendicativo come Lewis Strauss, presidente dell’American Energy Commission, etichettato dagli autori quale vero burattinaio della persecuzione contro lo scienziato. E poi, a rendere ancora più ponderosa e solenne l’atmosfera, si manifestano gli interrogativi immensi circa la creazione e il successivo utilizzo della bomba. L’idea che già durante la fase di ricerca e sviluppo ci si trovasse di fronte a un cambio totale di paradigma e a un probabile stravolgimento della storia è evidente, ma il corso degli eventi (la guerra ancora in atto; le pressioni dell’amministrazione USA; la diffidenza reciproca con l’Unione Sovietica) ha portato Oppenheimer a dover fare una scelta e a portarla avanti: egli ha deciso di andare a prendere il fuoco e donarlo agli uomini. Il resto poi è storia, tra il test Trinity e i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki; fra il desiderio di condividere le conoscenze per fermare l’escalation e la corsa agli armamenti per una nuova guerra, stavolta fredda e basata sulla paura dell’annientamento reciproco. Ecco, Oppenheimer si è trovato fra tutti questi eventi, ne è stato l’archè, l’origine, ma non è riuscito a indirizzarne poi le conseguenze, e tale responsabilità, pur non imputabile esclusivamente a lui, lo farà convivere a lungo con una tragica angoscia, figurandosi come un distruttore di mondi dalle mani sporche di sangue. Di questo scienziato geniale e contraddittorio, libero pensatore ai limiti dell’ingenuità e ambizioso da travalicare i confini dell’umana conoscenza, resta, per chi scrive, soprattutto il coraggio nella responsabilità della scelta, facoltà difficile da esercitare e che, più la si esercita in contesti estremi, più ammanta di valore colui il quale decida di farsene carico.