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Oppure, niente

Oppure, niente

Milano, febbraio. È un architetto quasi cinquantenne e ha appena realizzato di somigliare fisicamente a suo padre. La scena ha luogo in un pomeriggio, al bar Motta della Stazione Nord di Milano. Guardandosi nello specchio dietro lo scaffale degli alcolici, l’uomo ha l’impressione improvvisa di vedere suo padre riflesso al posto proprio. L’immagine lo colpisce profondamente. In un primo momento attribuisce quella somiglianza agli abiti che indossa – il cappotto, la sciarpa chiara e soprattutto il cappello – elementi che il padre portava abitualmente. Tuttavia comprende che non si tratta soltanto di questo. Inizia così un’analisi dei tratti fisici che potrebbero accomunarlo al padre. Osserva la forma del cranio, l’inclinazione del cappello, la linea del profilo e soprattutto un particolare sorriso che gli compare sul volto senza che lui lo voglia. Quel sorriso, che ricorda perfettamente sul volto paterno, gli appare come l’espressione di una dolorosa consapevolezza della vita, un misto di distacco e partecipazione al mondo. L’uomo continua a confrontare la propria fisionomia con quella paterna e riconosce numerose differenze: il padre aveva occhi azzurri, quasi celesti, mentre i suoi sono neri; il padre era magro, lui corpulento; il padre era miope e portava gli occhiali, lui no. Per tutta la vita si è considerato diverso da lui e ha sempre pensato di aver ereditato l’aspetto della madre. Proprio per questo la scoperta della somiglianza lo sconvolge: mette in crisi un’identità costruita per anni sulla convinzione di non assomigliare affatto al genitore, morto suicida quando aveva quarantanove anni. Milano, novembre, due anni dopo. L’architetto esce dal lavoro senza una meta precisa e vaga per la città. Cammina lungo corso Buenos Aires osservando le vetrine, la folla, i negozi e l’atmosfera grigia. Milano gli appare diversa rispetto al passato: più triste, più opaca. Dopo aver attraversato diverse strade e quartieri, entra nuovamente in un bar Motta. Guardandosi allo specchio, questa volta non riesce più a riconoscere nel proprio volto quello del padre…

Pubblicato nel 1971, questo romanzo di Sergio Antonielli, studioso e docente di letteratura scomparso nel 1982, conserva una notevole attualità grazie alla profondità con cui esplora i meccanismi della coscienza. La narrazione non procede attraverso una successione di eventi particolarmente movimentata; il suo centro è piuttosto l’esperienza interiore di un uomo che, avvicinandosi ai cinquant’anni, vede improvvisamente vacillare l’immagine che ha costruito di sé. Tutto prende avvio da un episodio apparentemente insignificante. Fermandosi davanti a uno specchio, il protagonista scorge nei propri lineamenti quelli del padre, che si era tolto la vita poco prima di compiere cinquant’anni. Quel riconoscimento inatteso diventa il punto di partenza di un percorso introspettivo che lo costringe a ripercorrere la propria storia personale, a riesaminare i rapporti familiari e a interrogarsi sul significato della propria esistenza. Il narratore è un professionista ormai inserito nella società: un architetto stimato, con alle spalle un matrimonio finito e un rapporto complicato con la figlia adolescente. Dietro questa apparente normalità si nasconde però una profonda inquietudine. La scoperta della somiglianza con il padre mette in crisi la convinzione di essersi sempre distinto da lui e apre la strada al timore di condividere non soltanto tratti fisici, ma anche inclinazioni, fragilità e prospettive esistenziali. Il libro si sviluppa così come un lungo confronto con se stesso. Ricordi, riflessioni e associazioni affiorano mentre il protagonista percorre Milano, osservando una città che diventa specchio del suo stato d’animo. Gli spazi urbani, gli esercizi pubblici, le vie percorse ogni giorno e i dettagli più ordinari assumono un valore simbolico e diventano occasioni per meditare sul trascorrere degli anni, sull’isolamento, sul senso della fine e sulla difficoltà di attribuire un significato stabile alla propria esperienza. Alla vicenda individuale si affianca inoltre una dimensione collettiva. Attraverso la figura paterna, Antonielli introduce una riflessione sul lascito etico e culturale del fascismo. Il padre non rappresenta soltanto un familiare con cui fare i conti, ma anche l’incarnazione di una stagione storica e delle sue ambiguità. Il dialogo ideale tra le due generazioni supera così l’ambito privato e si allarga a una considerazione più generale sul rapporto tra memoria, responsabilità e identità nazionale.