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Orfani del vento - L’autunno degli zingari

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Un uomo dai tratti decisi e la pelle scura se ne sta accovacciato “alla maniera turca” affilando la lama di una falce da fieno dopo averla ribattuta col martello. Vicino a lui un bambino coi capelli lunghi e biondi, seduto alla stessa maniera. Il bambino tiene in mano qualcosa, ad imitazione del nonno. Sta imparando. Guardare, imparare. La falce non è la loro, difficilmente i Rom coltivano. Dal profilo aberrante di una chiesa ipermodernista c’è da supporre che quella lama appartenga a un contadino dei paraggi. Un fazzoletto di terra assediato dall’urbanesimo. Magari quel contadino ha trovato una vicinanza accettabile con gli “zingari”: riparami la falce, sul prezzo ci accordiamo… Lei ha dodici anni. Indossa un vestitino bianco innocente e vezzoso. Sta a braccia conserte col capo reclinato e un sorriso a favore di obbiettivo. Un sorriso la cui innocenza è già spiegabilmente e naturalmente velata da una cortina di tenue diffidenza, di messa in guardia. La voglia di indossare quel vestito era così tanta che non importa aver messo scarpe non proprie, da uomo, slacciate, sopra misura, non sue. Lei ha il suo vestitino ed è contenta… Divise, uomini in uniforme, ruspe. Si guarda quello che dovrà accadere mentre accade. Stanotte vedremo. Durante lo sgombero di polizia è morta Margota, piccola. La madre di Margota tiene in braccio l’altra figlia più grande mentre piange. La bambina azzarda una carezza alla madre. Un’altra donna, con un altro bambino in braccio, guarda e parla con la bambina per alleggerirle il carico di dover consolare la propria madre. Il bambino della seconda donna guarda la bambina. La mamma di Margota invece non ha occhi per nessuno… Ma sì, ma sì, a questa cosa di carta e penna bisogna prestarci molta attenzione. Pennarelli, matite e quaderno. Sotto la veranda fa caldo, si può stare nude: privilegio di avere cinque anni. Si disegna una faccia, si impara qualche segno. Questa cosa di carta e penna mi piace proprio…

Le pagine da scrivere sarebbero interminabili. Partiamo da un dato per scremare gli stupidi: il sottotitolo recita L’autunno degli zingari. Ci sarà senz’altro chi confuterà l’appellattivo “zingari” leggendolo come dispregiativo e ingiurioso. Fesserie. Ci sono donne che si inalberano per non essere chiamate “Presidentessa”, quelle che si alterano se le chiami così e vogliono essere chiamate “Presidente” in ogni caso. Zingaro va bene, per me. C’è chi su questo termine ha costruito un brand – e ha fatto bene, vedasi lo spettacolo internazionale Zingarò o i Gipsy Kings che sono Kalé di origine catalana stanzializzati in Francia. Non me ne frega che derivi dal termine Athinganoi, in seguito confuso con Atzinganoi sul cui significato i lettori avranno la voglia e la bontà di approfondire. Gli zingari ungheresi non hanno alcun problema ad identificarsi come Tzigani e quelli spagnoli – stanziali - hanno tutto il diritto al loro Orgullo Gitano (Despierta, Pueblo gitano / y levanta tu bandera / color celeste del cielo / y de tu verdes praderas: “Svegliati popolo zingaro / e alza la tua bandiera / celeste color del cielo / e delle tue verdi praterie”). Parliamo del libro. Scatti bellissimi, intensi, evocativi, silentemente narranti, espressionisti come solo il bianco e nero sa rendere. Ci sarebbe da evocare la meravigliosa Diane Arbus, ma non per un richiamo ai freaks. Diane Arbus è evocata unicamente per la visione. Gli zingari di D’Amico sono belli. Attenzione; l’autore usa una discriminante che andrebbe spiegata: il suo puntamento è estremamente politicizzato. I suoi soggetti attengono unicamente al mondo Rom nomade di lungo stanzialismo balcanico. Non lo fa per ignoranza, probabilmente lo fa per scelta. D’Amico, per i propri scatti, ha scelto gli ultimi, i Rom nomadi: quelli che rappresentano solo il 30% del mondo Romanì… Tra i suoi zingari non figurano José Mercé, Pepe Habichuela o qualunque altro romanì in smoking mentre stappa una bottiglia di Champagne. E ce ne sono. L’autore stesso cita Rita Hayworth – vero nome? Margarita Carmen Cansino, e non era rossa, era mora come un tizzo -, dimostrando di conoscere l’universo romanì citando anche il pittore Antonio Solario. Non ci mostra quel mondo che si compone di persone e personaggi mai votati al nomadismo. Del quale nessuno ha mai il coraggio di parlare. D’Amico sembra empatizzare con gli ultimi, nei quali legge una sorta di avversione a una società ingiusta, quella nella quale viviamo. Ma, ahimé, non è così. Non è tutto così idealizzabile. Il libro: bellissimo per chi ha un cuore, sbagliato nelle speranze (non tutti i romanì sono antisistema, c’è chi si arricchisce e sfrutta gli altri per poter assurgere a ruoli perfettamente in linea con la società consumistica e l’oppressione dei più deboli), forse ingenuo, comunque toccante.