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Oscuri resti

oscuriresti

Glasgow, ottobre 1972. Jack Laidlaw è bravo nel suo lavoro di poliziotto (attratto dalla natura umana e dal piano pensionistico), sembra avere un sesto senso per ciò che accade nelle strade, un pezzo unico in mezzo a una produzione di massa, però bisogna maneggiarlo con cura: carattere cupo e taciturno, un rompiballe battitore libero, inadatto a qualsiasi convenevole. Beve, fuma, pensa troppo, legge libri non solo fiction (sul tavolo in ufficio Unamuno, Kierkegaard e Camus, così chi li vede si incuriosisce e lo lascia in pace), cita scrittori e poeti, gioca male a biliardo (ma da ragazzo era un buon calciatore). Ha lasciato l’università dopo un anno ma è restato convinto che per affrontare i crimini molto servano sociologi e filosofi. Si avvicina ai quarant’anni, è un uomo di bell’aspetto, spalle larghe e mascella quadrata, spesso sofferente di emicranie, sempre imbronciato: “ha un viso così lungo che rischia di inciamparci sopra” (come noto, non è il solo). Abita a Simshill (lontano dal centro), è solitariamente sposato con Ena, hanno tre figli (Moya 6 anni, Sandra 5, Jack 2) e, quando un caso lo prende, prevale il disagio di restare a casa, si ferma a dormire in un alberghetto. Difficile che un tipo così strano faccia carriera, è restato detective; gli mettono vicino il sergente Bob Lilley (circa coetaneo, brava persona) quando la famiglia denuncia la scomparsa di Bobby Carter, avvocato venale e astuto che sguazza dentro le acque inquinate della criminalità organizzata, e quando poi ne viene trovato il cadavere accoltellato, dietro un pub, fra i bidoni della spazzatura e gli scatoloni vuoti. Sta lì lì per scoppiare una guerra fra le potenti ammanicate bande della città, i capi sono in subbuglio, sull’orlo di una crisi di nervi. Il pessimo ispettore Ernie Milligan assume la responsabilità dell’indagine, le cose peggiorano, altri morti, pestaggi, guai. Laidlaw va per la sua strada, ovunque porti. Bob con lui.

Una bella sorpresa. Il grandissimo scrittore scozzese Ian Rankin (1960) ha scelto di completare quel romanzo della pluripremiata serie Laidlaw lasciato incompiuto dal grande maestro e scrittore scozzese William McIlvanney (1936-2015), che aveva iniziato un’avventura sul significativo “esordio” del suo protagonista, nel contesto degli stessi luoghi ma di tempi precedenti rispetto a quelli dei tre romanzi usciti nel 1977, 1983 e 1991 (in italiano 2000-2001, poi Feltrinelli 2013-2016). Jack non ama la fratellanza massonica e il capitalismo totalitario, ripete spesso che invece sarebbe felice di presentare i suoi casi davanti ai filosofi che predilige, proprio perché “qualunque cosa accada, ci sono sempre oscuri resti” (da cui il titolo, inglese e italiano). Infatti: “dietro vernici e intonaci nuovi, avrebbe trovato sempre povertà, matrimoni senz’amore, violenze domestiche, bile settaria, come brutti tatuaggi nascosti sotto una camicia pulita” (come noto, non solo a Glasgow, parte essenziale della vicenda). E il manuale del poliziotto (che gli consigliano di usare meglio) “è scritto in una lingua straniera e gli mancano diverse pagine”. La narrazione è in terza varia, molto sul protagonista, ma anche la moglie, Bob, il comandante della squadra Omicidi Robert Frederick, i capibanda con i propri uomini o con Jack (mitici dialoghi). Segnalo che Tom Docherty (raccontato nel 1996 in un romanzo fuoriserie di McIlvanney, nipote del minatore raccontato in un altro romanzo del 1975), compagno di scuola di Laidlaw, era un grande fan di W.H. Auden, a pag. 232. Whisky a gogò, anche con la birra, a sua volta anche con il rum. Musica dura. Un romanzo imperdibile.