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Ossi di seppia

Ossi di seppia

La fisionomia di un paesaggio colto in un’apparenza ostica e aspra dove rapidi pendii digradano vertiginosamente verso il mare trattenuti a stento da muraglie. L’aspetto irrequieto di una distesa marina ampia e vitale, che si riversa in tutta il suo dirompente vigore sui lidi pietrosi, corrodendo la costa e impregnando della sua salsedine le piante degli olivi e dei limoni. L’immagine di una Liguria filtrata attraverso una lente di lucida e implacabile malinconia, un cupo velo di angoscia esistenziale, un alone di desolata tristezza. Un’atmosfera di arida e sconsolata fatalità aleggia tra questi luoghi, abbandonati al lento fluire di una vita decaduta e mortificata. E se il mare appare ancora come l’emblema della realizzazione di una condizione possibile, la presenza degli “ossi di seppia” – rigettati lungo il litorale come macerie abbandonate – al contrario evocano, ormai, il tentativo fallito di ciò che è stato solo una desolata velleità di esistere. E si caricano di un significato allusivo, volto a simboleggiare l’amara consapevolezza di quel male di vivere che nasce da un angosciante senso di precarietà, dal mancato aggancio alla realtà e dalla coscienza di una dura sconfitta di cui tuttavia ci sfugge il senso…

Gli Ossi di seppia costituiscono il punto di partenza del percorso poetico di Eugenio Montale, una delle figure poetiche di maggior rilievo del Novecento. Nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981, conseguì il Premio Nobel per la Letteratura nel 1975 a cinquant’anni esatti dalla pubblicazione di questo suo libro d’esordio, che vide la luce nelle edizioni di Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti. Un soffio salino dà l’aroma a tutto il libro, articolato in ventidue componimenti lirici, lontanissimi dal gusto esteriore del paesaggio, eppure attente a riprodurre – nella forma più nuda e scabra possibile – suoni e accenti propri della sua regione. Di una terra desolatamene arida e dimessa, che il giovane autore genovese ritrae prendendo le distanze dai moduli della poesia aulica del periodo precedente, per calarvi la sua ansia di scoprire un varco che riveli il senso nascosto delle cose e del vivere. L’impossibilità di fungere da vate, il rifiuto di ogni facile ottimismo consolatorio, la stoica consapevolezza del male di vivere costituiscono di fatto i tratti dominanti di una lirica espressa attraverso l’impiego di versi liberi, che non mancano tuttavia di recuperare elementi stilistici della tradizione. Utilizzando tutto il sapore e il colore della parola per oltrepassare l’esigenza di un sensualismo naturale, risolvendo l’immediata materia dell’ispirazione in un tono di sconsolata riflessione.