Salta al contenuto principale

Otto e quindici

Otto e quindici

La otto è una palla piena, o bassa, è tutta nera e ha un valore speciale in certi giochi, un po’ come l’asso del seme di mano a briscola o il settebello a scopa: la quindici invece è una palla alta, o rigata, è quella col numero più grande di tutti, è bianca e rosso scuro. Ed è sul tavolo verde del biliardo che si consuma la disfida, non di Barletta ma a Roma, in una bisca malfamata del quartiere di Monteverde, dove il giovane Augusto detto Frontone invita a singolar tenzone il Calabrese, un boss della mala capitolina, sotto lo sguardo attento e curioso di una variegata masnada di astanti. Sin dall’inizio, la vicenda è tutto un programma...

Prendendo le mosse da alcuni accadimenti relativi alla sua giovinezza, naturalmente romanzati, e citando dei personaggi più noti con il loro soprannome, come tradizione romana di feroce ironia vuole (del resto satura tota nostra est, dicevano gli antichi...), che con il nome di battesimo, l’autore tratteggia una commedia umana di quartiere – Roma è una metropoli ma anche un piccolo centro, e chi bazzica le stesse quattro vie conosce tutti e da tutti è conosciuto – caratterizzata nel dettaglio, raffinata, intrigante e soprattutto credibile, sardonica, e non priva di elementi drammatici, che ricostruisce ambienti, situazioni, caratteri ed emozioni in maniera accurata, dando vita a un’allegoria dei conflitti adolescenziali e di tanta gioventù bruciata. Il romanzo breve si legge d’un fiato, ed è punteggiato da illustrazioni (firmate da Demis Spessot) che ben si adattano alla narrazione, una storia di mala che racconta con toni schietti e riusciti andando al di là del genere.