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Parole nascoste

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Nessuno le ha detto che, quando si perde un genitore, un padre nel suo caso, poi dormire diventa tanto difficile. Diventare orfana di padre a trent’anni non è un fatto così eccezionale. Quel che Arianna non si spiega, mentre se ne sta buttata su quel divano rosso che porta su di sé l’impronta del genitore che non c’è più, è il motivo per cui suo padre abbia mostrato un così incerto attaccamento alla vita, come se non vedesse l’ora di abbandonarla. Più ci pensa e più è convinta di non sapere nulla di lui, di non conoscere affatto quell’uomo che pare essere stato nutrito per anni da un dolore di cui lei ignora l’origine. Mentre è in auto con la madre – direzione Forlì per il funerale – ripensa alla strada che tante volte, negli anni precedenti, l’ha condotta in Romagna. Attraversavano spesso, in tre, quelle strade avanti e indietro; si fermavano nelle trattorie dei paesini da cui transitavano e si ripetevano le medesime parole, mentre si osservavano e si sentivano osservati allo stesso tempo. Arianna, bambina prima e giovane ragazza poi, trascorre parecchio tempo in compagnia del padre. Ogni libro, letto fino in fondo anche se a volte non esattamente conforme al suo gusto, le viene consigliato dal genitore. Tanto che, quando Arianna scopre che il suo papà ha un tumore, allo spaesamento per il timore della perdita si aggiunge anche la preoccupazione su chi le consiglierà le nuove letture cui dedicarsi, quando l’uomo non ci sarà più. Roberto, ora che se ne è andato, è per lei un mistero. O, per lo meno, lo è il fatto che il cancro, quell’uomo, di fatto non lo abbia mai combattuto. L’impressione, a dir la verità, è quella che lo abbia corteggiato. È come se per anni si fosse lasciato vivere e poi, da un certo punto in avanti, si fosse lasciato morire. Ecco perché una sera, a tavola, Arianna chiede alla madre che fine abbiano fatto i diari del padre. Sono tutti lì, in un angolo dello sgabuzzino, contenuti in due scatoloni su cui, con il pennarello rosso, è indicato il suo nome. Arianna carica le scatole sull’auto della madre e se le porta a casa. Prima di salutarla, la madre la avvisa: tra quelle pagine troverà molta tristezza…

Arianna Montanari – bolognese, classe 1987, al suo romanzo d’esordio – lavora in una libreria e maneggia ogni giorno le parole. Le conosce bene, quindi: le annusa, le cerca tra le pagine dei libri, le soppesa, le sceglie, le ascolta. Sa che sanno essere lievi o pesanti, semplici o complicate, urlate o sussurrate, nascoste o mostrate. Quelle della protagonista del suo romanzo – che sia autobiografico o meno, non ha alcuna importanza – sono diventate talmente scomode che devono essere sputate fuori e impresse sulla carta, nell’unica forma possibile di catarsi. Si tratta delle parole che disegnano il rapporto tra un padre e la figlia, un rapporto complicato e bellissimo, difficile e intenso insieme. All’interno di ogni famiglia si creano dinamiche uniche e peculiari, che costituiscono l’ossatura della famiglia stessa e si nutrono di un linguaggio unico e inimitabile, misterioso per chi di quella famiglia non fa parte. Nel nucleo cui Arianna appartiene il padre rappresenta una specie di astro – buio e opaco, in realtà – intorno a cui la piccola figlia prima e la giovane donna poi ruota. Roberto è una stella che non sempre emana luce, ma quando lo fa irradia calore e amore. Quando Roberto muore, dopo una battaglia inesistente contro una malattia che non lascia scampo, la figlia sente il bisogno di andare alla ricerca delle parole che hanno costituito la geografia del loro rapporto. In particolare, però, sono le parole impronunciabili quelle di cui Arianna ha bisogno: depressione, alcolismo, tristezza, malinconia, arrendevolezza. Attraverso un percorso, a volte tortuoso e doloroso, tra le pieghe della memoria, Arianna compie il suo processo di liberazione da tutto ciò che possa aver in qualche modo sporcato il rapporto padre-figlia, lo libera da ogni elemento tossico e lo carica di quell’energia che le consente di riappacificarsi con la figura di Roberto, quell’uomo che è stato un faro per la sua esistenza, la guida che le indicava le letture nelle quali cimentarsi e le parole sulle quali soffermarsi. Un libro intenso, in cui l’amore bambino si alterna a quello della protagonista divenuta adulta e capace di comprendere il mistero spesso nascosto dietro la figura dei genitori. Un esordio azzeccato, che arriva al cuore del lettore; una vicenda personale in cui l’io della voce narrante perde immediatamente la propria unicità e si fa storia di tutti; un libro intenso in cui passato e presente si perdono, si rincorrono e finiscono per ritrovarsi. E, forse, accettarsi.