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Partenze

Partenze

Arriva un ritaglio del «British Medical Journal», uno di quelli che raccontano casi medici al limite del grottesco. La mente si mette subito in moto, tra immagini di bisturi, corpi e stranezze anatomiche, ma il punto è un altro: una scoperta inquietante sulla memoria. Basta un sapore, una crostata di mele, e nella mente di un paziente si riversano tutte le crostate della sua vita, in ordine cronologico, come una valanga improvvisa. Da qui il pensiero si allarga, va veloce, si trasforma in una riflessione che mescola ironia e paura. Che cosa accadrebbe se ogni gesto, ogni parola, ogni omissione tornasse alla luce con la stessa precisione? Se tutte le volte in cui si è detto “Ti amo”, o non lo si è detto, si ripresentassero senza filtri? Se ogni bugia, ogni infedeltà, ogni pensiero inconfessabile riaffiorasse con la stessa chiarezza di un ricordo appena vissuto? La mente si spinge oltre, immagina interventi chirurgici capaci di liberare questa memoria totale, come una sorta di giudizio anticipato. Il cervello diventa archivio e tribunale e l’Io è costretto a fare i conti con sé stesso senza più scappatoie. Intanto, tra esempi clinici, riferimenti letterari e divagazioni sempre più serrate, si insinua una consapevolezza: l’età avanza, la memoria traballa, e il pensiero torna ossessivamente su ciò che è stato. E mentre la riflessione si addensa, arriva una dichiarazione secca, quasi lasciata cadere tra le righe: una storia ci sarà, ma non subito. E soprattutto, questo sarà l’ultimo libro…

Con Partenze Julian Barnes costruisce un’opera volutamente ibrida, sospesa tra fiction riflessione filosofica e autobiografia. La materia narrativa non procede secondo una trama lineare, ma si organizza per nuclei tematici, dove la memoria – nelle sue forme volontarie e involontarie – diventa il vero centro di gravità. La nozione di Involuntary Autobiographical Memory (IAM), il cui acronimo in inglese coincide con “Io sono”, non è solo un espediente, ma una chiave di lettura dell’identità: se la memoria coincide con l’identità, allora ogni ricordo, anche deformato o incompleto, contribuisce a definire ciò che si è stati e ciò che si è. Julian Barnes, autore britannico tra i più conosciuti della sua generazione, premiato tra gli altri con il Man Booker Prize per Il senso di una fine, porta qui all’estremo la propria cifra stilistica: controllo, misura, ironia trattenuta. La scrittura resta limpida e sorvegliata anche quando affronta temi come la malattia, la vecchiaia e la morte, evitando ogni deriva sentimentale. L’andamento frammentario, che alterna esempi clinici, citazioni letterarie e osservazioni personali, richiama esplicitamente la tradizione di Marcel Proust, ma ne rovescia in parte l’assunto: la memoria non è solo rivelazione, è anche costruzione, dubbio, possibile inganno. Partenze è un libro di confine, difficilmente classificabile, che dialoga con il memoir senza esserlo e con il saggio senza rinunciare alla dimensione narrativa. Barnes riesce a trasformare un tema astratto in esperienza concreta di lettura. Ne risulta un testo che non offre consolazioni né risposte definitive, ma invita a interrogarsi sul rapporto tra ricordo e verità, tra vita vissuta e vita raccontata, con una leggerezza solo apparente che nasconde una riflessione radicale sulla fine.