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Pasolini - L’uomo che conosceva il futuro

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La singolarità di Pasolini non la si coglie solamente nell’esistenza, nel suo vivere e nel suo morire, nel valore artistico delle sue opere letterarie e cinematografiche. La sua vicenda, infatti, va oltre e si rivela singolare e preziosa nella misura in cui contiene la Storia. Storia che non è immobile, né avulsa da risvolti le cui implicazioni presenti e future possono essere colte, con straordinarie doti di arguzia interpretativa lungimiranza, soltanto dalle grandi menti. Menti come quella sua, che per il fatto di non voler giurare su nessuna fede religiosa, né di omologarsi ad alcuna ideologia politica, risulterà scomodo. Ma anche per quel suo sentirsi incompreso, per via della ostinata critica rivolta alla società borghese, alle contraddizioni sociali su cui si regge e all’etica che la supporta ieri come oggi. Incomprensione da parte soprattutto di coloro che avrebbero dovuto opporvisi e che invece non riuscivano a intravvedere le nefaste conseguenze a cui sarebbero andati incontro. È questo il quadro che emerge non solo dal racconto dell’autore, ma anche dagli interventi di intellettuali del valore di Alberto Moravia, e del registra Sergio Citti tra gli altri. Quello di un uomo tormentato dal tarlo della solitudine, dell’incomprensione e della persecuzione. Dal pessimismo della ragione e dall’ottimismo della volontà. Come quando a bordo di un aereo destinato in Cappadocia per girare alcune sequenze di Medea ebbe a dire: “La mia è una voce apocalittica. Ma se, accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui tra voi a parlare”…

Siamo ormai giunti alle soglie del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, che ricorrerà il 5 marzo del prossimo anno. Marco Trevisan, scrittore e giornalista, gli dedica questa nuova biografia concepita in maniera del tutto originale rispetto alle precedenti. Pur non discostandosi da quanto è già stato fin qui rievocato e impresso nella mente del lettore, Trevisan concepisce il testo come il montaggio cinematografico di un immaginario racconto autobiografico reso di colui che è stato a ben vedere l’intellettuale più poliedrico e scomodo, tormentato e profetico della seconda metà del secolo scorso. Costruito come un docufilm contenente scritti e lettere, interviste ed interventi, egli concepisce un testo nel quale non sono presenti soltanto la vicenda umana ed artistica di Pasolini, ma anche quel che di lui rimane a distanza di oltre quarant’anni dalla morte. Ovvero la lucidità con cui riusciva ad osservare gli aspetti sociali del suo tempo e la straordinaria vocazione profetica i cui riscontri sono oggi sotto i nostri occhi. Il libro di Trevisan, come detto sopra, si rivela rispettoso di quel tanto che già è stato detto e scritto. Ma merita di essere segnalato all’attenzione del lettore per la particolarità del metodo con cui rinnova nel lettore la necessità di riordinare e rivalutare la figura de L’uomo che conosceva il futuro. Il nostro tempo.