Salta al contenuto principale

Pericoli di un viaggio nel tempo

pericolidiunviaggioneltempo

Quando viveva con i suoi genitori e suo fratello Rod a Pennsboro, New York, 16° Distretto Federale degli Stati Atlantici Orientali, si chiamava Adriane Strohl, aveva diciassette anni e frequentava l’ultimo anno alla Pennsboro High School. Era brava a scuola, tanto da essere nominata studentessa dell’anno e, tra i cinque ragazzi candidati, era stata la vincitrice della borsa di studio federale “Patria e Democrazia”. Quando Rod, che si era diplomato tre anni prima, alla notizia l’aveva guardata in modo strano, lei aveva pensato fosse invidioso; d’altra parte il loro rapporto non era mai stato affettuoso e solidale. Eppure lei avrebbe dovuto riflettere sul fatto che a scuola “si aveva paura di sembrare ‘svegli’” perché “poteva portare ad essere oggetto di un’attenzione non desiderata. In una Vera Democrazia tutti gli individui son uguali – nessuno è meglio di un altro”. Per questo prendere una A- ogni tanto andava pure bene ma “le A erano rischiose”. Si diceva che la VPSI (Vigilanza Pubblica della Sicurezza Interna) avesse degli elenchi di potenziali dissidenti che comprendevano gli studenti con voti alti e QI oltre la media. Fare troppe domande, esprimere dubbi, mettersi in vista non era certo una buona idea. Ma Adriane era intelligente e vivace, “Non è che fossi incline al dubbio: ero solo curiosa, desiderosa di sapere”. Per esempio, durante le lezioni di Storia della Democrazia Patriottica, faceva domande su argomenti riguardo i quali nessuno osava chiedere nulla, come i Grandi Attacchi Terroristici dell’11 settembre 2001, eventi ai quali era seguita la Guerra Contro il Terrore e quindi la nascita degli SNAR – Stati del Nord America Rifondati – retti da un governo centralizzato (dei cui membri non si sa nulla se non che sono stati eletti con un emoji) in grado di controllare ogni azione, ogni parola, quasi ogni pensiero delle persone. In quanto studentessa dell’anno – è il 23–SNA, ovvero il 23° anno dalla nascita degli SNAR – Adriane avrebbe pronunciato il discorso alla cerimonia della consegna dei diplomi. Proprio durante le prove del discorso era stata ammanettata e arrestata dalla Sicurezza Interna in quanto sovversiva. Durante l’interrogatorio aveva visto con i suoi occhi “vaporizzare” un altro dei ragazzi arrestati con lei. La sua condanna, invece, era stata più lieve: l’Esilio. Ed è così che è stata teletrasportata nel passato e adesso vive nel 1959 nella piccola comunità di Wainscotia Fall nel Wisconsin e frequenta l’università del posto per seguire un percorso di riabilitazione. In quanto IE (individuo esiliato) ha cambiato nome e si chiama Mary Ellen Enright e, secondo le Istruzioni, è orfana, è costantemente monitorata – infatti l’Esilio può essere commutato in Vaporizzazione in qualunque momento – e non può avere legami intimi o confidenziali con nessuno. Adriane è spaventata, veste vecchi abiti che le hanno dato, vive nella Zona 9 del campus e divide la stanza con altre ragazze. Ma lei non parla con nessuno, si tiene in disparte e la notte cerca di ricordare i volti dei suoi genitori ma è come se le avessero cancellato la memoria. All’inizio è totalmente spaesata, intorno a sé vede usare oggetti che non conosce come la macchina da scrivere o i bigodini e le mancano quelli a cui era abituata, e soprattutto le manca di essere sempre connessa. Lì vede anche per la prima volta una biblioteca, perché nel suo mondo i libri, ovviamente quelli approvati dal governo, erano soltanto elettronici. Piano piano però Adriane comincia ad adattarsi, soprattutto grazie alle lezioni che le piace seguire, in particolare modo quelle di psicologia e scienze umane. È qui che conosce il trentenne professor Ira Wolfman, ebreo di New York, brillante ma schivo. Il pensiero del giovane professore diventa sempre più insistente e Mary Ellen, che crede di esserne innamorata, riesce finalmente ad avvicinarlo. Chi è veramente Ira? Perché lei è convinta che sia anche lui un esiliato? Come fare a scoprirlo senza correre gravi rischi?

Scrive “The Washington Post” che “con questo romanzo Joyce Carol Oates lancia un altro oscuro incantesimo”, e certamente non possiamo che condividere questa osservazione. La prolifica autrice statunitense – che nella sua carriera ha meritato alcuni dei premi letterari più prestigiosi – dal suo primo libro pubblicato nel 1963 ci ha abituato alla sua grande versatilità che le permette di cimentarsi nei generi più diversi. Questa volta è alle prese con una distopia, una favola inquietante che, sulle orme di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e 1984 di George Orwell – solo per citare i rifermenti più noti – ci narra una realtà tanto più spaventosa quanto più plausibile e immaginabile. Un romanzo visionario che racconta come una giovane donna cerchi di resistere in una società oppressiva e che offre al lettore la possibilità di riflettere si argomenti delicati e oggi – possiamo dirlo – assai sensibili, come la libertà, la censura, la democrazia, i limiti della scienza. Particolarmente angosciante anche la questione della manipolazione della Storia che, attraverso revisionismo, epurazione e censura, impedisce ai giovani della società immaginata da Oates di maturare convinzioni autonome; pare quasi che l’autrice nasconda, neanche troppo velatamente, un monito destinato a noi lettori. Curiosa anche la scelta di individuare una punizione, per la trasgressione delle regole imposte dal governo totalitario e oppressivo, nell’esilio nel passato. Un passato, per altro, fissato negli anni ’60, che appaiono affascinati e soggiogati dalla teoria comportamentista del professor Burrhus Frederic Skinner – che effettivamente ha insegnato ad Harvard dal 1958 al 1970) -, teoria che, in una lettura estrema, nega sostanzialmente il libero arbitrio e sostiene la possibilità di modellare gli individui. Sarebbe davvero interessante poterle domandare il motivo di questa scelta originale che potrebbe avere una serie di implicazioni ipotetiche: il passato è migliore del presente? Viverlo alla luce del presente offre maggiori insegnamenti? Vivere nel passato sarebbe davvero una punizione? Oppure? Quello che è certo è che anche questa volta, come sempre nei suoi romanzi, Oates incentra il suo racconto su qualcosa di disturbante, di poco rassicurante, su elementi sgradevoli che, dopo l’ultima pagina, ci lasciano inquieti. Forse, a ben guardare e senza svelare il finale, la protagonista Adriane/Mary Ellen in qualche modo risulta vincente, eppure è sempre la stessa sensazione sgradevole che l’autrice è capace di suscitare e lasciare, come un pensiero fastidioso che avremmo voluto continuare ad ignorare volentieri. O a fare finta che non ci abbia mai sfiorato. Pericoli di un viaggio nel tempo, in realtà, è infatti una domanda. Attraverso la storia di una ragazzina, Joyce Carol Oates ci chiede dove stiamo andando. E la risposta cui vuole alludere non ci piace per niente. Probabilmente l’argomento suonerà al lettore, soprattutto se appassionato di distopie, non nuovo, ma certo sarebbe impossibile non consigliare una delle storie di questa scrittrice eclettica che scrive in una maniera unica e sempre sorprendente. Diciamo che questa volta i panini sono tre ma non belli imbottiti come al solito. Troppa immancabile insalata, forse.