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Pesto alla genovese

pestoallagenovese

18 luglio 2001. Luciano e Massimo, con le loro borse piene di macchine fotografiche e obiettivi, viaggiano da Roma verso Genova, la città dove si svolgerà il G8, il summit delle potenze economiche più avanzate al mondo. E dove sono previsti eventi paralleli di dissenso, come il Genova Social Forum dei pacifisti, ma anche l’intervento di gruppi estremi come il cosiddetto black bloc. I temi in gioco sono di straordinaria importanza: per la prima volta, si parla di globalizzazione, del lavoro che cambia, della digitalizzazione. La città ha un aspetto surreale, al loro arrivo: i genovesi hanno pensato di andare al mare, altrove; i ristoranti sono chiusi, i negozi hanno le vetrine blindate. Il centro è blindato in una zona rossa inaccessibile ai non addetti ai lavori (partecipanti al G8, stampa selezionata). Due giorni dopo, Luciano continua a perlustrare le strade alla ricerca degli scatti giusti, sia quelli di cronaca sia quelli “di colore”. Non è un reporter alle prime armi, ha lavorato in teatri di guerra e tra le macerie di disastri naturali, in ogni angolo del mondo; seguire una manifestazione politica è un’attività consueta. Eppure, quella mattina, i suoi colleghi giornalisti sono “bardati con caschetto e protezioni, occhiali antilacrimogeni, con un’enorme scritta PRESS attaccata davanti”. Lui, in t-shirt e occhiali da sole, li guarda pensando “Esagerati!”. Poi scorge il blocco vestito di nero, con cacciaviti e sassi in mano hanno cominciato a distruggere le vetrine di banche e uffici. E, intanto, arriva la notizia di un ragazzo ferito, uno fra tanti, ma lui è ferito a morte. “Mi sono svegliato all’alba con gli occhi abbottati e ancora secchi per il gas lacrimogeno (ne sono stati sparati 6200 candelotti di CS, orto-clorobenzilidene-malononitrile in due giorni), che sembrano due salvagenti: tutte le prime pagine dei quotidiani parlano di Carlo Giuliani”…

Nella foto a campo lungo si vedono ampie falde del corteo che sfila al limite della zona interdetta del centro storico di Genova e, in primissimo piano, una Fiat grigia ribaltata che offre un podio per l’uomo vestito di nero, con il volto coperto. Con una mano tiene saldo un punteruolo o qualcosa di simile, l’altro braccio è alzato a pugno, come per ribadire che la città è loro, del black bloc. Tutto è inquadrato in uno scatto che farà ben presto il giro del mondo perché mostra precisamente come la situazione durante il G8 sia deflagrata: i violenti che prevalgono sul corteo pacifico e, di conseguenza, la dura reazione delle forze dell’ordine su questi ultimi, utilizzati come capro espiatorio. Anche Luciano del Castillo, come altri colleghi reporter, come altre 1200 persone, sarà ferito. Si risveglierà in un pronto soccorso. Dopo ore concitate e scene brutali viste e fotografate, dopo il massacro, il momento di riflettere su quanto sia “fragile l’equilibrio della ragione e come in pochi momenti si possano distruggere anni di battaglie, certezze legali”, la democrazia e i diritti, insomma. Vent’anni dopo, Del Castillo, che lavora per l’agenzia ANSA e ha già pubblicato diversi libri con i suoi reportage fotografici, racconta quell’esperienza in prima persona. Ma il diario è breve, perché sono i suoi scatti a testimoniare quell’evento che, secondo Amnesty International è stato “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Accanto alle numerose foto - inquadrature simboliche e riprese dai media di tutti i Paesi - nel libro ci sono anche le testimonianze dei colleghi giornalisti che erano con lui: Maurizio Caprara, Filippo Ceccarelli, Massimo Percossi e Fiorenza Sarzanini.