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Piano meccanico

Piano meccanico

Dopo il bagno di sangue della terza e ultima guerra che ha coinvolto l’intero mondo, l’America vive un momento di benessere. Anzi, le cose non potrebbero andare meglio di così. L’umanità si è liberata dalle grandi piaghe sociali che la affliggevano: la fame, l’omicidio, la prigionia e la tortura di massa. Le macchine regolano la vita del Paese, mandano avanti l’economia, lavorano al posto dell’uomo, aumentando la quantità dei prodotti e diminuendo gli scarti. La città di Ilium, nello stato di New York, è divisa in tre zone. Verso nord vivono i manager e tecnici che dirigono e controllano le fabbriche completamente automatizzate, a est ci sono le macchine che producono e a sud, in una zona al di là del fiume chiamata Homestead, vive la popolazione che, privata della quotidianità lavorativa, è stata messa da parte. Poiché non c’è più necessità di lavorare, alle persone comuni che non possiedono un QI sopra la norma, è stata data come sola alternativa quella dei lavori di manutenzione urbana. Ma la totale automatizzazione dell’economia, concepita per il raggiungimento di quella perfezione che garantisce un costante sviluppo economico, ha però portato come conseguenza lo svilimento e l’annientamento dell’identità della maggioranza dei cittadini. Paul Proteus è un giovane e promettente manager, figlio di uno dei padri fondatori della terza rivoluzione industriale. In lui sono riposte grandi aspettative, ma sarà proprio da Paul che partirà la scintilla della prima ribellione. Un movimento che nessuno si aspetterebbe, ma che scoppia all’improvviso sotto la fantomatica bandiera di un gruppo chiamato La società della camicia stregata, chiamerà i cittadini alla rivolta, trasformando i dubbi di Proteus in una rivoluzione concreta...

“Questo non è un libro sulle cose come sono, ma su come potrebbero essere. I personaggi si ispirano a persone che non sono ancora nate o che forse, mentre scrivo, sono ancora bambini”. Kurt Vonnegut scrive questo romanzo nel 1952, immaginando una società nella quale le macchine hanno sostituito l’uomo in tutte le decisioni, dalle più importanti a quelle più banali. Non c’è campo in cui una macchina ben congegnata non possa dare una risposta. Gli uomini, dunque, sono stati schedulati in una sorta di database che assegna loro un grado di intelligenza e una capacità professionali ben definite. La maggioranza delle persone, ex forza lavoro, non può che essere considerata un inutile scarto di produzione, tanto che, tra loro, i comuni cittadini si definiscono Relitti e Puzzoni. Oggi questo romanzo ha un altro gusto, meno apocalittico e più preoccupante. Le sue molteplici riedizioni (questa per Bompiani è la sesta in Italia) suonano come un monito che è sempre stato ignorato in nome di un benessere che appare ogni giorno più settario. E la domanda che Proteus si pone – mi chiedo se in nome del progresso non stiamo facendo qualcosa di male – è ancora e maledettamente attuale. Forse lo stile non è ancora potente come quello di Mattatoio n.5 o di La colazione dei campioni, ma la visione che oltre sessant’anni fa Vonnegut manda alle stampe oggi si sta realizzando. Paradossalmente, qui si ha quasi nostalgia della guerra che faceva scorrere il sangue, simbolo della vita che pulsa, seppure morente. La società immaginifica voluta dai manager produce invece un dissanguamento lento e invisibile al quale l’uomo pare abituarsi, adorando le macchine come divinità. L’orizzonte prossimo che Vonnegut dipinge è assai cupo, però. Le rivoluzioni che l’uomo compie per ribellarsi al sistema non sono completi giri di vite e somigliano paurosamente a quegli schiamazzi furibondi che, come scintille smunte, oggi scoppiano all’interno della rete informatica dentro la quale ci stiamo sempre più ingabbiando.