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Piante che cambiano la mente

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Michael Pollan ha sempre avuto una sana passione per la botanica ed è molto orgoglioso del suo piccolo giardino in Connecticut, dove di tanto in tanto ama sperimentare nuove coltivazioni. Decide perciò di provare a piantare dei bellissimi papaveri alti, con petali scarlatti e un cuore nero. Sono piante bellissime da vedere e sicuramente adatte al suo orto. Inoltre è incoraggiato dal fatto che non gli è affatto difficile procurarsi i semi del Papaver Somniferum, anzi basta sfogliare le riviste di giardinaggio ed i cataloghi di vendita per imbattersi in offerte strabilianti. Acquista perciò una manciata di semi ad un ottimo prezzo e avvia la sua coltivazione, convinto che presto il suo giardino ne guadagnerà prestigio. Ma non va così: siamo nella seconda metà degli anni Novanta e gli Stati Uniti hanno avviato una massiccia campagna di lotta al narcotraffico che coinvolge sia i grandi produttori e commercianti di droghe, sia i privati che, a volte coscientemente a volte no, si dedicano a colture particolari. Dopo qualche giorno, infatti, la DEA, il dipartimento federale di contrasto al narcotraffico, bussa alla sua porta ed inizia un calvario che lo convincerà presto a desistere dal continuare i suoi esperimenti botanici…

Chi ha letto Come cambiare la tua mente può trovare in questo nuovo romanzo-saggio del newyorkese Michael Pollan il giusto complemento: se nel primo l’autore, fondatore del Center for the Science of Psychaedelics, analizza gli effetti delle sostanze psichedeliche sulla nostra mente, in quest’ultima fatica, concentrandosi su oppio, caffeina e mescalina, fa un passo avanti sia da un punto di vista scientifico, sia da un punto di vista giuridico-morale. Il giornalista completa il suo viaggio nel mondo delle sostanze naturali psicotropiche riportando, con abile vena narrativa ed affabulatoria, sotto forma di racconto, sue esperienze dirette in un libro che si presenta diviso in tre parti: la prima sull’oppio è un riadattamento di un articolo comparso su “Harper’s Magazine”, intitolato L’oppio facile, risalente al 1997; il secondo è un’originale riflessione sul caffè ed il terzo invece sulla mescalina che si ricava dal cactus peyote e San Pedro. Nei tre diversi capitoli il metodo d’approccio è sempre lo stesso, ovvero quella del finto diario personale; tuttavia, il capitolo sul caffè è analizzato al contrario: mentre negli altri due casi Pollan descrive gli effetti da somministrazione, nel caso del caffè invece decide di invertire la rotta e descrivere gli effetti da astinenza. La storia del caffè è infatti bizzarra: dopo un primo momento di illegalità, la bevanda non solo diventa legale, ma anche il marchio di fabbrica del capitalismo, perché è comprovato che l’effetto eccitante del caffè non solo migliora la concentrazione, ma anche la produzione e quindi permette di puntare con maggiore efficacia su cicli produttivi notturni. Il libro di Pollan riflette con provocante maestria su questioni non solo scientifiche, ma anche sociali: molte delle sostanze allucinogene e psichedeliche, pur avendo effetti negativi ma comunque contenibili, sono di fatto bandite benché sia permesso dalla FDA, il dipartimento di controllo di produzione dei farmaci, alle grandi aziende farmaceutiche di sintetizzarne i principi in laboratorio per un uso medicale. Pollan prova maliziosamente ad insinuarsi in questo corto circuito legale, sollevando questioni, personali e collettive, che ancora oggi aspettano risposte coerenti.