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Piccola città bastardo posto

Piccola città bastardo posto

Delfo Semprini è uno scrittore sui generis. Da sempre si attende il suo romanzo, che non arriva mai. D’altronde non ha problemi economici, si dice in giro che la famiglia sia in grado di mantenerlo e bene. Poco più che ventenne si trasferisce a Firenze e già si vede romanziere famoso, ma riesce solo a produrre racconti, non male, per carità, ma non certo il romanzo che lui si aspetta di scrivere! Nel capoluogo toscano frequenta i caffè letterari, dove non si trova a suo agio, forse sentendosi un “povero provinciale, inutilmente ricco, senza arte né parte e forse neppure vero scrittore”. Fa visita e anche frequentemente, alla redazione di un quotidiano, “La Gazzetta”, dove i giornalisti sembrano aspettare solo lui per ridere. Ognuno ha il suo soprannome, ognuno ha la sua area tematica di cui occuparsi, ognuno ha le proprie caratteristiche: Bove, per esempio, l’esperto di natura umana, è quello che dà i soprannomi a tutti, ma è anche lo “specialista di silenzi in venticinque lingue diverse”, o Ranuccio, al quale Delfo chiede in continuazione del direttore, Wiligelmo Zucca, ma quando vanno ad annunciare la sua presenza, li blocca con un “Ma sei matto?”, perché diciamoci la verità, non è questo mostro di coraggio. Forse è il caso di ricordare quando, per le strade della sua città, si ritrova con un vuoto totale per un’improvvisa perdita di memoria. Soprattutto Delfo non sa perché si trova davanti a un negozio di valigie, ma poi ricorda che sta aspettando Margherita Martellani, donna bella ed elegante, forse un po’ fanée di cui si è innamorato. Si ripete che appena lei uscirà dal negozio le dichiarerà il suo amore, ma al dunque si nasconde dietro la prima colonna che gli capita a tiro, diventando il bersaglio di piccioni o meglio dei triganini modenesi...

Guccini su tutti, a cominciare dal titolo del romanzo, ma quanta musica c’è in questo romanzo di Roberto Barbolini! I testi delle canzoni si intersecano con le parole della storia, illuminando la lettura di ricordi. E per chi conosce bene la zona del Modenese, i ricordi si ampliano e si rinforzano riconoscendo tra le righe personaggi, modi di dire, località da riconoscere, leggende, tradizioni e storie. Ognuno può trovarci il suo motivo di interesse, compresi quelli che, avendo vissuto la vita di una redazione di giornale, ne ritrovano gli scherzi, le battute, il modus operandi di chi, a un certo punto della sera deve chiudere l’edizione e si affretta e si infuria. D’altronde Barbolini giornalista lo è davvero. Questo romanzo era già stato pubblicato oltre venti anni fa (1998), ma l’autore ha pensato bene di rivederlo, correggerlo e ridarlo alle stampe. Un viaggio nelle città di provincia, nella vita di provincia dopo la Seconda guerra mondiale e attraverso gli Anni Sessanta, dove un pettegolezzo, una diceria, corrono velocissimi sulla bocca di tutti, dove il ritrovo è un tavolino di un bar all’aperto nel quale farsi vedere da tutti, tutti i giorni, vestiti di tutto punto e con gli immancabili giornali sotto il braccio che facevano così “intellettuali”. Un romanzo a più voci narranti dove le storie si intrecciano tra di loro. Certo, se dovessimo fare un piccolo appunto all’autore, possiamo dire che ha privato molti del piacere di ritrovare luoghi e storie e personaggi che chi ovviamente non è della zona non riconosce, ma alla fine il piacere della lettura è in altre cose, e quindi bene così.