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Pietà per le ombre

Pietà per le ombre

La gita per allontanarsi dai classici posti frequentati dai turisti si sta trasformando in un incubo. Dopo ore trascorse in auto nel caldo soffocante, tra stradine di campagna in pessime condizioni, con la angosciosa sensazione di girare in tondo, complice “il paesaggio monotono e desolato, dove ci si sarebbe potuti credere incastrati per l’eternità”, Aurélia ha avvistato una costruzione: una fattoria fortificata abbandonata... La reazione di Anita, sua moglie, quando lo ha visto entrare, è stata inattesa: gli è sembrato stesse cedendo all’impulso di allontanarsi, poi si è controllata. Ha mantenuto sempre l’aria impassibile, ma con un’ombra di fastidio nello sguardo. Lui ha temuto che gli chiedesse conto di dove fosse stato: per quanto si sforzasse, proprio non riusciva a ricordarlo... Ha danzato tutta la notte con donne che gli hanno lasciato addosso tracce di cipria, fragranze nelle narici, ricordi di sorrisi e di braccia sfiorate. Ma la serata è terminata, e lui, stretta la sciarpa di seta bianca intorno al collo, si prepara a far ritorno alla sua abitazione, quando la scorge appoggiata a un termosifone: giovane, bellissima, “avvolta in una mantella di velluto nero con il collo di volpe bianca”. Bastano poche parole per iniziare a fantasticare; si accordano subito sul da farsi: divideranno il taxi, lui la accompagnerà a casa... La prima donna è vecchia e ossuta: ha lasciato la casa del vento, e nella notte si è diretta all’incontro. La seconda è una anziana grassa e flaccida: ha lasciato la casa dell’acqua per dirigersi all’appuntamento. La terza donna è molto giovane, bionda e bella, e quella è la sua prima notte di nozze; nonostante questo si è chiusa alle spalle la porta della stanza d’albergo, ha lasciato il marito profondamente addormentato per andare incontro alle altre due. Nessuna ha mai visto le altre... Una luna rossa e malvagia splende nel cielo, simile a una ferita aperta. Il silenzio della notte è rotto solo da quel passo: un incedere lento e implacabile, che sembra scandire un tempo che paralizza le esistenze... Miss Margaret Crowe non ci ha pensato neppure per un istante: appena saputo della enorme casa isolata a Camden Hill, l’ha presa in affitto. Del resto, come avrebbe potuto, proprio lei, da sempre appassionata di fantasmi e fenomeni paranormali, farsi scappare una dimora che tutti dicono essere infestata?

“(...) Spesso, con una voce sorda e dolce, mi raccontava cose bizzarre. «C’è il reale», diceva «le cose che si vedono e si toccano. E anche la gioia e la sofferenza, la felicità e la tristezza, l’amore e l’odio... A margine, ci sono le cose dell’altra sponda della vita. Quelle che si percepiscono di tanto in tanto, per caso. Quella trama invisibile che si tesse attorno a noi, a nostra insaputa, e che ci imprigiona poco alla volta... Sarà capace, la morte, di liberarcene?». Io sorridevo, senza capire, per non scoraggiarlo...”. Thomas Owen è lo pseudonimo con cui Gérald Bertot, scrittore nativo di Louvain, nelle Fiandre, ha firmato le proprie storie afferenti al filone fantastico. Classe 1910, considerato assieme a Gérard Prévot e a Jean Ray uno dei maestri della Scuola Franco-Belga del Bizzarro, terminati gli studi in giurisprudenza Bertot si appassiona al surrealismo, divenendo critico d’arte per i quotidiani “La Libre Belgique” e “L’Écho”; inizia a scrivere polizieschi, e a firmarsi Stéphane Rey prima, per darsi “un’aria di serietà”, come ammette divertito nella pregevole e ricca intervista che chiude il volume, Thomas Owen poi. Sono i racconti del fantastico a dargli la fama che lo porterà a essere il primo autore di letteratura di genere a entrare nella prestigiosa Académie royale de langue et de littérature française de Belgique. Pietà per le ombre raccoglie quindici storie del mistero e del soprannaturale pubblicate per la prima volta nel 1961 con il titolo originale Pitié pour les ombres (Renaissance du livre editore): trame brevi costruite con gusto per la scrittura e per i finali ad effetto, sapientemente preparati con un utilizzo calibrato della suspense. L’uso frequente della narrazione in prima persona porta con facilità il lettore a transitare in quella area ove sembrano farsi sottili i confini tra la realtà e qualcosa di profondamente diverso: una twilight zone che ci attende all’ingresso del buio sotterraneo di una fattoria abbandonata, come accade nel racconto che dà il nome alla raccolta, o, più spesso, nel regno onirico, dove i margini della consapevolezza si sfaldano, e iniziano i territori enigmatici dominati dall’inconscio. Non a caso molte delle storie hanno nel sogno il fulcro attorno a cui ruota la costruzione narrativa: sogni spesso premonitori (Luminosa nella notte, tra i migliori della raccolta, Le ragazze modello) con il loro carico simbolico ed emotivo inspiegabile, portali tra dimensioni altrimenti incompatibili (Il suo compianto sposo, Metamorfosi): del resto, come si trova a dire uno dei protagonisti, “il sonno è gravido di prodigi”. Come chiosa Anna Paola Soncini Fratta - che cura questa edizione con una pregevole introduzione ed è autrice dell’intervista allo scrittore citata in appendice -, Owen scrive di “quelle ombre che definiscono ciò che non vediamo, ciò che la ragione contesta, quella parte di noi che la coscienza non vuole, non spiega, ma che esiste e fa parte di noi”. Una parte che può essere pronta a entrare in risonanza con creature di un misterioso “altrove”, che siano streghe (Le malvagie della notte), fantasmi (Notturno, Fantasma, ci sei?), o inquietanti emissari dell’oscurità (E la vita si fermò, racconto del 1959 che riporterà alla mente del lettore alcune delle pagine più ispirate uscite - decenni dopo - dalla penna di Stephen King). Bertot muore a Bruxelles, nel 2002. Pietà per le ombre, nella veste editoriale proposta, impreziosita da un artwork di copertina che riprende quello del l’edizione del 1973 di Bibliotheque Marabaut - Gérard & Co firmato da Henri Lievens, pittore e illustratore belga, è forse la miglior introduzione possibile alla sua opera, ancora poco conosciuta nel nostro paese dagli amanti della letteratura di genere, assolutamente da riscoprire.