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Pietra e ombra

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1984, nel Cimitero di Merkezefendi a Istanbul vive l’anziano scalpellino Avdo Usta. Sta per iniziare l’inverno e una lunga notte nebbiosa avvolge con un manto di silenzio il cimitero. La piccola casa dove l’uomo abita ha un tetto solido, un camino acceso e il suo vecchio cane Toteve gli riposa a fianco. Si ristora con un sorso di tè caldo, molto zuccherato e una boccata di fumo dalla sigaretta. Poggiata sul tavolo c’è una lettera, letta e riletta e altri oggetti, tra cui un diario. Si sta facendo vecchio, Avdo: non solo per la barba sempre più bianca o i pochi denti rimasti in bocca. Anche se i suoi polsi sono ancora forti, sente il freddo che gli corre lungo la schiena affaticata da tanto lavoro. Gli è stata commissionata una lapide, nella busta ci sono i soldi per pagare il suo lavoro di scalpellino. È la lapide commissionata per se stesso, dall’uomo dai sette nomi, suo amico e mentore. Ali, Haydat, Isa, Mosè, Muhammad, Giona, Adamo, questi i nomi che egli ha avuto. Ha deciso che la lapide sarà nera e con un foro al centro, un lungo e raffinato lavoro. In queste notti solitarie e nebbiose Avdo sente le voci della sua infanzia, i lamenti dei morti e i ricordi riaffiorano. Ciò che ha vissuto nel corso degli anni è custodito nei forzieri protetti della sua memoria: la sua vita raminga e affamata da piccolo orfano, mendicando un amore di madre e le canzoni che intonava nelle piazze. Forse nevicherà, fa freddo. Avdo pensa ai senza tetto che potrebbero morire congelati ed è per questo che lascia accesa una luce esterna alla casa, un piccolo faro che indica la via per un posto sicuro. Lui sa cosa significa non avere un riparo. È così che conosce Reyhan, una giovane donna, mal ridotta e infreddolita, con una lunga storia da raccontare, che Avdo, con amore paterno, ascolterà…

Pietra e ombra di Burhan Sönmez è un romanzo incentrato sul tema della memoria, dell’amicizia e degli affetti, che si snoda tra eventi storici, frutto di ricerche accurate e fantasia narrativa. Tipico della scrittura di Sönmez è l’intreccio di piani temporali differenti, passando dal 1985 agli anni Sessanta, dal 2002 al 1939, con incursioni nei secoli passati. Il Novecento europeo passa sotto gli occhi del lettore e attraversa quattro generazioni. Il protagonista Avdo è un bambino di strada e vive a Mardin, città crocevia di molte culture, quando nel 1939 incontra il mastro scalpellino armeno Josef, che lo avvia alla sua arte. Emblematico è l’Uomo dai sette nomi, simbolo di una perenne ricerca d’identità, figura che occuperà gran parte degli ultimi capitoli del libro grazie a un diario che Avdo si ritrova tra le mani. Molti personaggi gli si affiancano nella storia, intrecciando a lui i propri destini: la donna amata Elif che è sepolta nel cimitero sotto l’albero di Giuda, il Marinaio Biondo, la cantante di arabesk di Istanbul Perihan Sultan sorella di Elif, la giovane Reyhan scampata alla persecuzione politica, figlia di Perhian. Esistenze che si intrecciano in modi spesso segreti con quella di Avdo. Dipanando il filo della trama si sciolgono i nodi che legano le cose e le persone, i momenti e i luoghi, le morti e le nascite. La narrazione, ben costruita grazie all’uso dei flashback, assume quindi un carattere polifonico, che tende e si riconduce sempre ad Avdo. È interessante notare lo spazio dedicato nel romanzo, al genere musicale, dalle altalenanti fortune, dell’arabesk e allo stile di vita che identifica gli immigrati dalle province nelle grandi città. Burhan Sönmez quando rivede il manoscritto dei suoi romanzi legge soltanto poesia e questo si riflette nel suo stile. La pietra è ciò che resta, l’ombra è quanto di più evanescente possiamo immaginare ed è proprio tra questi due poli che vive la scrittura di Sönmez, densa e al contempo limpidissima. Il compito di rendere questo stile evocativo e coinvolgente per noi lettori spetta al traduttore e Nicola Verderame lo fa con maestria.