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Pinocchio alla rovescia

Pinocchio alla rovescia

Felipe è un bambino che sta per cominciare la scuola. È molto curioso: fa mille domande ai suoi genitori che, ogni tanto, non sanno rispondergli: allora, gli dicono che tutte quelle domande potrà farle ai maestri a scuola. Qui potrà imparare tutto quello che vuole e i maestri gli insegneranno a diventare un adulto realizzato. A Felipe piacciono molto gli uccelli, e su di loro ha tante domande. Quando la scuola comincia, i maestri, però, gli spiegano che non possono insegnargli il nome dell’uccello azzurro che lui ha visto per strada o rispondere ad altre sue domande, poiché quelle non sono nel programma. Gli dicono che il programma è l’elenco di cose che un bambino deve sapere e che è scelto dagli adulti, che a loro volta hanno studiato tanto; che serve a fargli superare il vestibular, l’esame d’accesso all’università, e a fare di lui un adulto cosciente e responsabile. Ben inserito nel mondo del lavoro. Felipe non capisce come mai debbano essere gli altri a decidere cosa lui deve imparare e cosa no e, a scuola, continua a essere distratto, a osservare gli uccelli fuori dalla finestra. Così viene portato da una psicologa che gli diagnostica un disturbo dell’attenzione. Felipe, allora, capisce che è arrivato il momento di concentrarsi sul dovere e di mettere da parte i sogni. Inizia a prendere buoni voti a scuola e i suoi genitori sono molto fieri di lui…

Rubem Alves (1933-2014) è stato uno dei maggiori intellettuali brasiliani del Novecento. Filosofo, psicanalista, scrittore di favole per bambini… con Pinocchio alla rovescia porta a galla nitidamente un problema pedagogico cruciale: come, spesso, la scuola – e i genitori con essa conniventi – non accompagni e aiuti il bambino nello sviluppo della sua unicità, ma lo trasformi, invece, in un burattino (il contrario di quello che succedeva a Pinocchio, per l’appunto), in una pedina – tra le tante – ben ferma e salda nel quadratino della sua scacchiera esistenziale, dove ciò che conta è solo andare avanti e mangiare gli altri, per arrivare allo scacco matto e sentirsi infelicemente realizzati. Incastrati, paralizzati nell’immagine di sé che gli altri volevano e che sono diventati. La scuola, a volte, indurisce il bambino, mutandolo in burattino. Gli spegne i sogni. E anche i genitori fanno la loro parte. È un racconto che fa riflettere i grandi, che lancia un macigno nello stagno del mondo adulto, sperando di scombussolarlo abbastanza, di ripulirlo. È una favola per gli adulti: i genitori, i maestri, i docenti tutti, volta a scardinare le ideologie della psicologia della normalizzazione. Rubem Alves riaccorda i nostri orecchi, ormai sordi alla Poesia, alla Poesia straordinariamente sconvolgente che è racchiusa in ogni anima – ognuna diversa – bambina. Invita a lasciarsi disorientare. A perdersi negli occhi di un bambino, per farlo magicamente ritrovare.