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Platone nella Silicon Valley

Platone nella Silicon Valley

Da fine 2022, con il lancio di ChatGPT una domanda ha cambiato il senso con cui fino a quel momento veniva posta: chi sta scrivendo? Non quale mano, quale stile, quale coscienza; ma quale forma di intelligenza produce quelle parole? Una macchina capace di generare testi non è una penna più veloce, né un programma di videoscrittura più user-friendly. È qualcosa che risponde, imita, combina, corregge, suggerisce. Genera. Ed entra nel luogo in cui per secoli si è pensato di riconoscere una traccia esclusiva dell’umanità: il linguaggio. Da allora l’Intelligenza Artificiale generativa appare un evento irreversibile. Ma il pensiero può essere ridotto a produzione “efficiente” di parole, idee, soluzioni? Oppure resta legato a un corpo che fatica, desidera, inciampa, suda, si espone? Richiamare Platone serve in questo caso a tirarlo fuori dalla biblioteca e dalla rappresentazione seduta delle statue che lo rappresentano. È un Platone vivo quello di cui si parla. È il Platone del Simposio in cui la forza generativa è l’eros; o della Repubblica in cui la filosofia richiede amore per la fatica, non solo curiosità intellettuale. Pensare significa allenarsi. Ma non si addestrano anche le macchine e le reti neurali? Sì, ma la macchina promette un pensiero senza stanchezza, senza esitazione, senza fatica né ferita. Produce risposte là dove il vivente conosce il bianco, il vuoto, il tempo perso. Per questo il problema non è usare o non usare ChatGPT, ma capire quale idea di noi stessi stiamo accettando quando deleghiamo alla macchina il gesto di pensare. Se l’Intelligenza Artificiale si avvicina sempre di più all’io, fino alla simbiosi, chi firma? Chi risponde? Come si sopravvive a uno scenario in cui il linguaggio rischia di separarsi dal corpo?

A queste e ad altre domande prova a rispondere Simone Regazzoni, nel saggio Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale, pubblicato da Ponte alle Grazie. Regazzoni, allievo di Jacques Derrida, docente all’Irpa e autore di libri come Derrida, La palestra di Platone, Oceano e Mia figlia, la filosofia, porta qui molti dei suoi interessi: Platone, la decostruzione, la psicoanalisi, il corpo, le arti marziali. Li forza a convivere, talvolta con una certa ruvidità. Se Socrate è visto come figura atopos, «senza luogo», «fuori posto», o se preferiamo l’analogia artistica come il pensatore di Rodin con i muscoli contratti, è Muhammad Ali secondo Regazzoni quello che davvero trasforma il ring in luogo politico e filosofico. Non c’è anima, senza corpo, intelletto senza sudore, razionalità senza fatica e scarto. L’accostamento tra Platone e Ali si espone a qualche rischio, ma costituisce la parte più audace e viva del libro, perché sposta il discorso sull’Intelligenza Artificiale fuori dal recinto prevedibile – e già ampiamente praticato - dell’etica digitale e del buon uso degli strumenti e lo restituisce al campo dell’indissolubile legame con ciò che più di altro ci rende umani in carne e ossa