Alloro e mal bianco

La silloge raccoglie ventiquattro poesie, scritte tra il 2004 e il 2012. Tutte le liriche sono introdotte da una data, che corrisponde a quella in cui sono state scritte, e solo in pochissimi casi recano un titolo. Ventiquattro come le ore del giorno sono dunque le poesie, tanto che l’autore afferma nella presentazione che gli piacerebbe che esse fossero lette accompagnando ‘‘lo scandire delle ore di una giornata meno qualunque delle altre, 23 ore +1, che per me resta indefinita’’. La ventiquattresima ora, considerata ‘‘a posteriori’’, è quella che ‘‘come raggio di una ruota / è spezzata nel sentiero / di pensiero claudicante / che percorre obnubilato / l’amnesia di un corpo’’. La giornata poetica e talvolta enigmatica di Mennella conosce altri momenti significativi, forse unici, come nella prima lirica, che reca la data del 16 novembre 2010 e che delinea un istante di interiorità profonda, concludendosi, con due bei versi, negli infiniti spazi del non-essere: ‘‘dove ombra non può esservi, / ma solo l’ovattato suono del nulla’’. Esemplare al fine di chiarire la poetica di Mennella appare la poesia datata ‘‘3/10/11’’, che merita riportare per intero: ‘‘ Pollicino china il capo sotto il sole / che d’ora in poi sarà calore e non più luce // I corvi divorano le briciole / con i becchi ancora impregnati di sangue. / Tutti tranne due: al suolo e in volo / sollevando foglie secche / e ramoscelli spezzati da passi incerti / si contendono l’ultimo occhio rimasto, / penultimo sguardo di bambino’.’ Qui alcuni tòpoi della fiaba classica si uniscono, con esito indovinato ed efficace ad immagini del dolore, elemento amaramente presente in diverse liriche…

Luigi Maria Mennella può contare su una lunga e produttiva carriera di artista visivo e di compositore. Autore di quasi tutti i testi presenti nella sua ampia discografia, dà per la prima volta alle stampe in questo Alloro e mal bianco alcune prove del suo lavoro letterario privilegiando testi poetici che, senza dubbio, offrono una visione intimistica del suo pensiero, pur non trascurando dimensioni concrete della realtà attuale e dell’urbanesimo contemporaneo. Come in ‘‘14 agosto 2010’’, dove il bitume in città ribolle nel sole estivo, il semaforo interrompe l’andare, il peso del tempo non si vede sull’orologio ma ‘‘nei vetri sporchi’’, oltre i quali invade ogni spazio ‘‘la vacua pienezza’’, il vuoto di esistenze perse nell’anonimato del vivere urbano. Se, come afferma l’autore, è vero che ‘‘il pensiero risulta più fluido rispetto alla sua verbalizzazione’’, è anche vero che, leggendo queste poesie, ci si imbatte in un flusso di pensieri e sensazioni efficacemente rappresentato e suggestivo da cogliere. Interessante per il lettore, infine, appare l’accostamento di ogni lirica a una fotografia in bianco e nero. Autrice delle foto, disincantate e visionarie insieme, è Margherita Cesaretti.

 


 

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