Breus

Breus

Morvan è un ingenuo fanciullo che vive isolato nel folto di una foresta della Cornovaglia, insieme alla madre e alla sorella minore. Attraverso quella vita appartata e solitaria la donna intende proteggere i figli dai mali e dai pericoli del mondo. Un giorno però il fanciullo, con grande meraviglia, vede avanzare nella boscaglia “un uomo tutto ferro”. Lo scambia per San Michele e gli rivolge una preghiera. Ma l’uomo spiega a Morvan di non essere il santo arcangelo, bensì un cavaliere in armi e gli illustra la dotazione che porta con sè: la lancia, la spada, la cotta in maglia di ferro. Il ragazzino torna dalla mamma e racconta entusiasta il suo incontro con quell’uomo, uno dei più belli del mondo. Poi Morvan rivela il suo proposito: “E io, mammina, voglio andar con loro, / e aver veste di ferro e sproni d’oro”. Si reca dunque nella stalla, vi trova solo un ronzino, gli sale in groppa e si mette in cammino per ritrovare quello splendido cavaliere e mettersi al suo seguito. Dieci anni dopo “Breus, il cavalier dei cavalieri” torna al castello solitario della foresta. Osserva le mura piene di crepe, i rovi, l’erba e le ortiche che invadono l’antica corte. Bussa a lungo alla porta, finché una donna anziana e cieca gli apre. Accetta di ospitarlo per una notte, anche se, avverte: “Questa casa è tutta in abbandono / da che il figlio partì, dieci anni orsono”...

Giovanni Pascoli raccontò in versi, o meglio ricreò, la storia di Morvan, leggendario condottiero del Léonais in Bretagna, presente in una delle antiche leggende del ciclo bretone rivalutato e diffuso in epoca romantica e oltre. Questo libro la ripropone in un’edizione ben curata e raffinata, che costituisce un omaggio al poeta del fanciullino, ma non solo. L’editore in prima persona, infatti, è legato a questo testo che la madre gli recitava a memoria quando era bambino. Oltre al ricordo personale, tenero e prezioso, la proposta editoriale (impreziosita dalle illustrazioni di Elettra Orlandi), afferma, si pone l’obiettivo di “riflettere, attraverso un testo probabilmente legato all’infanzia, su una tematica che oggi si ripropone prepotentemente con diverse modalità, nella nostra società, in ogni latitudine”. Il fascino del viaggio, dell’avventura, la ricerca dell’altro e anche quella del sé più vero e profondo sono vivi e presenti nel poemetto, così come gli affetti familiari, profondi e inestinguibili fin oltre il tempo e la morte. Il cavaliere che torna vittorioso rimpiange la perdita della madre e confessa alla giovane sorella: “Oh! per vederla qui sul limitare, / per rivederla presso il focolare, / per abbracciare qui con te pur lei / le mie vittorie tutte le darei: / sarei felice, pur ch’a lei vicino, / di strigliar tuttavia quel mio ronzino!”.



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