Credere all’invisibile

La natura umana e l’immanenza della materia messe a confronto con l’infinito, dimensione invisibile a cui il poeta anela oltre i limiti del tempo e della conoscenza, oltre il predominare delle necessità comuni, in uno stato di meditazione che consente di avere consapevolezza dell’esistenza del divino, riflessa nella luce “La luce del giorno supera la vita,/ mostra dov’è, l’abbaglia/ l’avvolge per quel poco che la vita compare…”. Il bene da preservare e da coltivare è l’amore, sentimento suscitato da un istinto essenziale, immediato, istinto che può essere tradito “Così «l’amore mio è scomparso/ e ora mi restano strazianti ricordi»/ dice qualcuno…” che può rivelarsi origine di un dolore profondo. Rigenerare l’amore allora significa riscoprire l’equilibrio delle emozioni e riconquistare la propria appartenenza al ciclo del creato nel legame con gli altri esseri viventi, attingere alla saggezza e alla spontaneità degli animali addomesticati capaci di essere in sinergia con la natura “…e il più che si può dire per avvicinarsi/ alla vicenda umana/ è che si vedono branchi di animali/ ben addomesticati, ben custoditi.”, per scoprire che l’epilogo è immergersi in un vortice generativo e originario in cui confluiscono i colori. Uno scambio essenziale di emozioni, ma il male è indelebile e sopravvive nell’essenza della materia, è parte della materia stessa e si confonde con l’amore, i due modi di sentire dell’animo umano convivono come nella contrapposizione tra yin e yang, allontanano il poeta da una ragione che è solo origine di domande senza risposta, dilemmi senza soluzione “Così, in un interrogativo si racchiude/ la vita: qual è il mio dio,/ qual è il mio nemico?”…

Credere all’invisibile, breve silloge con cui il poeta senese Cesare Viviani nel 2009 vinse il PEN – il noto riconoscimento letterario dove a votare sono gli scrittori soci – e il premio Cetonaverde per la poesia edita, nasce dalla piena maturità della fase poesia-pensiero, momento essenziale nel cammino intellettuale dell’autore di cui offre un’attenta disanima Federico Romagnoli nella sua tesi di dottorato Il senso del limite. Analisi della poesia di Cesare Viviani da Silenzio dell’universo a Credere all’invisibile. Tra le liriche emerge una costante riflessione sul significato dell’esistenza umana, un esercizio non solo della mente ma anche dello spirito che aveva inizialmente interessato le precedenti raccolte Passanti e La forma della vita. Quest’evoluzione del pensiero poetico di Viviani ha portato a Infinita fine, silloge dove l’autore ha proseguito a narrare nei suoi versi la decadenza della condizione dell’uomo moderno, auspicandosi un ritorno originario alla natura. Tornando alle poesie di Credere all’invisibile, nella lirica dedicata a Mario Luzi, con cui Viviani spesso condivide l’essenzialità del discordo poetico, l’autore accusa l’eccessivo bisogno dell’uomo di prodigarsi per quella che lui chiama “l’abilità verbale”, per dare sfoggio delle sue illusorie doti caratteriali e intellettive. Ma agli occhi del poeta gli animali esprimo l’ampio caleidoscopio delle qualità attribuite all’uomo senza alcuno sforzo, in assoluta spontaneità il cigno rappresenta quell’ironia che sentiamo assolutamente di dover manifestare al di là della nostra reale natura. Viviani non nasconde la sua critica nei confronti di una umanità forzata dalla razionalità esasperata, da sentimenti artificiosi che nascono da fini reconditi, incapace di accettare l’invisibile e l’incomprensibile. La caparbietà umana in certi momenti sembra persino allontanare Viviani da un Dio, verso cui è doverosa la stessa spontaneità con cui ci si avvicina alla natura.



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