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Dalla cripta

Dalla cripta

La vocazionale scelta di campo del poeta, sia per istintiva pulsione che per mirabile sapienza poetica, vive in atmosfere sensuali cortesi e auliche, predilige la struttura metrica del sonetto, stilemi e linguaggi propri della migliore tradizione letteraria italiana da Cecco Angiolieri a Dante e Petrarca: “È duro a sostener lo grave pondo / de’ dolorosi lunghi giorni miei / e del rimpianto crudo di colei / che sola fummi luce in esto mondo. // Omè ch’io vivo e che vivendo affondo / nel tetro vaneggiar de’ tempi rei, / e requie al mio penar non trovarei / nemmen se ‘l quadro proveriasi tondo”. Versi in cui riaffiorano dal lontano passato i temi dell’amor cortese, dell’evocazione dell’agognata figura femminile: “D’orto in occaso e da l’occaso a l’orto, / die dopo die ciascuna settimana / meco un compagno inseparabil porto, / dico l’amor per quella ch’è lontana // cui sol pensando viemmi gran conforto: sempre ei mi parla della mia sovrana / sanza la qual mi sembra d’esser morto, / l’alma e gentile e triste castellana”. Tale vocazione si colloca anche nell’intenso respiro sentimentale del Foscolo e si rispecchia nell’adesione alla suggestione interiore del Leopardi. Per poi estendersi, in purissimo stile epico, nell’Atleide in cui canta le gesta di Mark Hateley, calciatore del Milan della metà degli anni ottanta, in un derby contro l’Inter di Zenga e Altobelli: “La classe immensa il fiero sguardo io canto / del colpitore di palloni Atlide, / che tante maravigliando addusse / sfere impetuose in rete, e di portieri / orrenda strage solea far nel campo”…

Nel mare tumultuoso dell’editoria italiana, in cui la quantità di raccolte poetiche che affollano sempre più gli scaffali delle librerie e le collane dalle case editrici è, a dispetto di ogni logica, inversamente proporzionale al numero dei lettori, risulta sempre più difficoltoso per chi legge e recensisce separare il grano dal loglio, non fosse altro che per la sproporzione tra il tempo a disposizione per leggere e la mole dei volumi che si impilano sulla scrivania. Talvolta, dunque, non è sufficiente nemmeno il nome dell’autore o il prestigioso richiamo della collana editoriale a tutelarci dal rischio di lasciare indietro un libro prezioso che invece avrebbe meritato di essere portato ben prima all’attenzione del lettore. Passare sotto silenzio la nuova preziosa silloge di Michele Mari sarebbe stato davvero un peccato cui pongo ora rimedio dedicando interesse a un libro di rara qualità poetica e di inusitata raffinatezza lessicale, impreziosito da forme, stilemi, efflorescenze metaforiche, cadenze metriche che evocano i toni aulici della più antica e rinomata produzione poetica italiana. Autore di numerosi libri in versi e prosa, saggista e traduttore di Stevenson, London, Steinbeck e Wells, Mari conduce il lettore in una composita “cripta” di rare amenità liriche, ove potrà gustare il sapore e il sapere di una poesia desueta tra sonetti amorosi e altre rime, esercitazioni comiche, scherzi e versi d’occasione, l’epico componimento calcistico Atleide e la versione del canto XXIV dell’Iliade. Con continui rimandi all’intimo sentire del poeta. Quid pluris?