E sia

E sia

La vita, quotidianità compresa, è scandita per lo più da tempi fissi, come in un dramma greco. Come in un esergo al poema che è la sua esistenza, il poeta si presenta come fiore delicato e fresco, il papavero, “ai bordi / di un asfalto al catrame”. Ed ecco il Prologo come un’istantanea, a fotografare la vita che scorre mentre “il cane abbaia” ma “tra pensieri che non / si imbrigliano e il sole / che non si lega”. Quali sono le cose che contano? “Fortunato chi ha le radici”, perché tornare sempre, nonostante tutto, significa sconfiggere “i Proci pronti a portar via / quello che è tuo di diritto”. Viviamo i nostri temporali con pazienza, e proviamo a godere il poco “Per questo minuto spazio di tempo / che c’è dato in sorte”. Ma siamo pure consapevoli di noi stessi e quindi “fieri della propria finitezza effimera” perché non c’è niente di nuovo per l’Uomo sotto uno spicchio di cielo “che aneliamo a occupare” e da sempre “Siamo uomini in preda all’abisso / dell’angoscia, nuovi Odisseo, che / rinunciamo all’immortalità”, purché ci sia concesso ancora di avere “Un’Itaca e una Penelope dove ritornare”…

Nuova silloge poetica, dopo la parentesi in prosa, per Grazia Procino, docente di Lettere presso il Liceo Classico di Gioia del Colle, che torna così a raccontarsi con la voce che le è certamente più congeniale. È infatti lo sguardo personalissimo dell’autrice a filtrare la realtà e a raccontare il mito attraverso la quotidianità. Il mondo greco classico è come se la abitasse profondamente, sì che non è attraverso una lente che lei osserva, sente e scrive; è qualcosa di diverso che la muove e la ispira, qualcosa che le appartiene profondamente e le è come connaturato. Grazia Procino con naturalezza dice di sé, dice di tutti noi, poi ricorda i viaggi e i luoghi, la bellezza di Capo Sounion, l’incanto di Corfù, poi omaggia il poeta Konstantinos Kavafis; quindi dedica versi a personaggi del mito, a Edipo, “che non seppe sconfiggere gli oracoli” e in questa incapacità è tutti noi, alla sacerdotessa Cassandra, alla Sibilla che, a noi che “Passiamo una vita intera a cercare il senso”, risponde sdegnata “Io non perdo il mio tempo / d’eternità in ricerche impossibili”, e poi sprezzante aggiunge “Solo gli uomini si ribellano / all’appartenere alla stirpe / di coloro che non sanno”. Ma alla ispirazione dell’autrice contribuiscono anche i sentimenti e le condizioni più comuni, la solitudine la nostalgia l’amore, oppure realtà che appartengono al territorio, come accade nei versi dedicati alla raccoglitrice di pomodori in una campagna pugliese, chiusi da parole dure che restano scolpite, “Chiedo a chi guarda dall’altra parte / E non vuole vedere. / Se Dio sopravvive / non è certamente qui”. Cura della parola, espressività densa nella sintesi, una certa eleganza sobria e tuttavia ricca di pathos, queste le caratteristiche della breve raccolta che si gusta lentamente e con piacere. Strutturata come una dramma greco classico, questa silloge si compone di un Prologo, quattro Stasimi – l’illustrazione dei temi e quindi la sostanza dei contenuti - e una Monodia ed è un “tentativo di rappresentare una realtà inafferrabile” facendo del “classicismo perenne, strumento di comprensione” della stessa, per usare le parole della prefazione curata da Giulio Greco. Chi vuole apprezzare l’autrice pugliese anche oltre questa lettura può seguirla sulla sua pagina Facebook, dove spesso omaggia i suoi amici con i suoi versi, piacevoli parentesi tra le tante parole inutili dei social.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER