Il canto della vita

“Sempre con una nuova visione entrami nel cuore”: è questo il desiderio del poeta, un uomo che vuole incontrare Dio, ricercandolo sia nella realtà quotidiana sia nella sua dimensione interiore in cui Egli si manifesta come gioia (“Fuori, nel mondo, / cerchi materiale di gioia: / ma solo in te stesso / lo puoi trovare”). Quest’ultimo sentimento è “come il lampo, / messaggero di breve sorriso” e si dilegua facilmente lasciando spazio al dolore, che rende la vita dell’uomo fredda e oscura “come una notte / nella stagione delle piogge” nella quale “piove continuamente, senza interruzione”. Ma “il mistero della vita / penetra nel mistero della morte” e colmandosi dell’amore che il Dio ricercato ispira, il poeta deve capire il suo posto nello schema del creato: “quanto è reale / la necessità di restare / tanto è reale / la necessità di andare”. Amare intensamente Dio e la vita da lui creata permette di accettare la morte accogliendola, quando sarà il momento, come un’ospite a lungo attesa a cui porre i propri doni preziosi (“Alla fine del giorno quando la morte / verrà alla tua porta / quale tesoro tu le darai? / A lei io donerò un’anima traboccante: / non la lascerò a mani vuote, / il giorno che la morte / verrà alla mia porta”). Amare la vita vuol dire amare anche le sue ombre e questa immensa passione rimarrà nelle cose e nelle persone destinatarie di tale sentimento. Il poeta diventa cosciente di sé, di queste verità, della presenza di Dio in tutte le cose del mondo solo se è disposto a mettersi in viaggio, senza fermarsi mai, senza lamentarsi della fatica profetizzando la conclusione del suo percorso: “una sera arriverò / dove brillano nuove stelle, /dove olezza un nuovo profumo; dove due occhi sempre / mi guardano dolcemente”…

Rabindranath Tagore, nato a Calcutta verso fine Ottocento, è stato tra i più importanti poeti e filosofi orientali riconosciuti in Occidente. Qui egli divenne famoso già a partire dal 1912, quando fu tradotta in inglese una delle sue più importanti opere poetiche, Gitanjali (o Ghitangioli), che lo portò l’anno seguente a vincere il premio Nobel per la Letteratura. I temi principali delle sue poesie sono la vita e la morte, la gioia e il dolore e l’amore, soprattutto quello divino. Un Dio che Tagore ritrova nella natura nella quale l’uomo può cercare la pace e l’armonia tanto agognata, come sollievo dal dolore di cui è intrisa la vita. Un dolore causato dalla morte di chi amiamo, ma che pure dobbiamo accettare come momento passeggero, destinato a tramutarsi in pace purché ci si abbandoni completamente a Dio e al suo amore. È qui che rientra la vita e solo in esso acquista senso raggiungendo l’eternità, continuando anche dopo la morte. La base del pensiero di Tagore riprende elementi della filosofia induista, giainista e buddista, puntando l’attenzione sulla crescita interiore che solo può avvenire nella semplicità del quotidiano. La vita mira a questa conoscenza, ed è per questo che l’uomo non deve mai desistere dal viaggiare, anche con lo spirito. Le poesie di Tagore sono un balsamo per l’anima, in qualunque momento della vita. E come disse l’interlocutore di Yeats, nell’introduzione a Gintanjali: “Leggo Rabindranath ogni giorno: leggere un suo verso significa dimenticare tutti i tormenti del mondo”.

 


 

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