L’infinito senza farci caso

L’infinito senza farci caso

“Abbiamo bisogno / di un luogo […] Amare è costruire un luogo, / cioè un pezzo di mondo / con un dio dentro”: possiamo cercare ovunque un posto dove realizzarci, ma nessun luogo può sostituire il paese delle nostre emozioni, delle nostre passioni. E soltanto lì, nell’amore in tutta la sua fisicità, c’è la quiete: “Il tuo corpo è l’unico posto / dove c’è spazio per noi due”. E’ un viaggio (“la nave / delle rose” ; “Fare entrare l’altro dagli occhi, / da un fianco, dal buco di una vocale”) oltre ogni tipo di confine (“Togliete i confini, / il filo spinato.”) da un corpo all’altro corpo (“La fiamma dei vivi / è la vicinanza”), un viaggio che sublima la fisicità stessa (“Il sesso non frequenta i quartieri a luci rosse”) verso la pace (“Tornare agli occhi, / allo sguardo / il tuo sguardo salvavita”). Ma è un amore che scalpita (“Ero dentro la tela dei miei nervi, / sputavo l’aria, non la respiravo”) e trasborda vitalità. Anche se, l’amore vero, come la poesia vera, rappresenta un fallimento per il semplice fatto che tende a rendere lineare qualcosa che non lo è: “La poesia e l’amore / sono il nostro cadere più vero / nel mondo: / stiamo luccicando prima di spegnerci”. Anche la poesia, come l’amore, è un percorso, una continua ricerca: “Io non so che cosa sia l’amore. So cosa sono le intimità provvisorie”, tanto che si cerca di riscrivere “l’alfabeto sentimentale”…

Franco Arminio si definisce un “paesologo” perché la sua missione è fare in modo di valorizzare i paesi ed i sobborghi d’Italia, oggi per lo più deserti: lui, originario di Bisaccia in Irpinia, continua a vivere lì, osservatorio privilegiato per assaporare l’essenza della vita. Non a caso Arminio accompagnerà il ministro Provenzano nel suo viaggio nei paesi del Sud Italia, a partire da Aliano (Matera) dove ogni anno lo scrittore paesologo anima il Festival della Paesologia. Ma il fulcro di quest’ultima raccolta di poesie è l’amore, l’unico luogo, nido, rifugio in cui l’anima umana trova pace e riparo. Un amore fatto di immagini scolpite senza scalpello, cercate senza la bussola, disegnate senza una guida: sono parole che riproducono la forma del paesaggio, che ne riproducono anche i silenzi. Arminio ammette di non avere una ricetta o un progetto armonico da raccontare, si lascia portare dallo sguardo (gli occhi sono una costante) e dai suoni, o meglio dai non suoni (altra costante sono i silenzi). Indubbiamente siamo di fronte ad un bel libro di poesia, una raccolta organica frutto non di continuo cesellamento, ma di progressivo accostamento di immagini su altre immagini che sgorgano in modo differente cercando di rendere una stessa idea con più punti di vista. Anche se a volte la retorica dell’antiretorica, dell’essenziale, risulta stucchevole e le diverse poesie sembrano quasi ripetitive. Per questo mi permetto un suggerimento: leggere a piccole dosi, godersi le immagini una alla volta, lasciando dello “spazio” temporale fra una lettura e l’altra, seguendo la struttura de L’infinito senza farci caso che, come dice il titolo stesso, non è una narrazione continua, programmata, ma una metamorfosi epifanica.



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