Pietra e farfalla

Il tempo vissuto ha un peso specifico a volte insostenibile, quasi un macigno che porta l’uomo/poeta a dire “Pietra patisco il peso della mia/ longevità, quasi perenne intesa/d’atomi coesi in una stretta potente…// La sorte dell’uomo sembra essere quella di vivere una costante morte o morire in una costante vita: “Morire nella natura viva/ sempre della nostra/morte, patire questa sorte/ divina e l’umana ventura/di sapere che noi si dura/vivi soltanto nella morte// Allora come superare una sorte che pare (ed è) già segnata? Forse sperando che di noi resti una memoria, un frutto del seminato (…che il poco…di grano seminato /per amore o per sbaglio…non sia caduto invano//) o sperare di incontrare la leggerezza di una farfalla che su di noi si posa e ci solleva (“Si posa /la farfalla su di me…mi fu lieve/ e festivo il caro suo riposo…/). Una temporanea soluzione a pensieri così profondi e dolorosi può venire anche da uno sguardo ironico sul nostro quotidiano, su un’attività corporale che unisce tutti “Sul bidet”: “Nulla però eguaglia l’anelito/ di altezza che ogni mattino sprizza/ nel catino…e sublima/ l’orrore frigido dei peli nella/ mistica serenità del semicupio//”. E perché non stigmatizzare qualche personaggio indegno di stima morale come il conformista che il poeta si immagina sotto una lapide (“qui/ giace la lamina del suo corpo, sogli/ da tutti calpestata, invertebrato/ carapace più sottile della sua/anima senza spina dorsale”) o come il tecnocrate (“Sei un ologramma/ patetico, tu, che scuoti nel vuoto/ d’uno schermo il tuo scettro di luce/ la tua verga laser, come un duce acheo/ smemorato – Achemenide intossicato ancora/ dal frastuono di una guerra lontana ormai dannata/ mente vinta - …//”) E l’amore? Toccasana risolutore o anch’esso fonte di disturbo? Forse l’alternativa meno piacevole: “Non mi dorrò troppo, Cinzia…/ Quando l’inferno copulerà/ col cielo mi spiace più che altro/ per te, se non mi accorgerò/ mentre mi sfiori il gelo della fronte/ con l’inutile calore delle mani/”...

Che cosa si intende per “poesia colta”? Forse una poesia che presuppone uno scrivente con un background culturale di tutto rispetto, che conosca i classici greci e latini e che si rivolge ad un pubblico a lui simile; oppure ad un pubblico che non conosce i classici (e si spera che la poesia raggiunga tutti trasversalmente!) ma che grazie a questo sottogruppo di poesia può apprendere, approfondire. Se è così, allora la poesia di Paolo Mazzocchini è poesia colta. In essa troviamo riferimenti a Properzio, Ovidio e uno stile che si avvicina alla satura lanx (come ci viene puntualmente suggerito nella prefazione) dell’Orazio dei Sermones. Un esempio lampante è la poesia Ancilla elegiarum, dove la Cinzia a cui il poeta si rivolge e il modo in cui le si rivolge ci riporta ai Libri di Properzio e al suo amore totalizzante per la nobildonna Cinzia, quando ormai era sopravvenuto il sentimento rancoroso per un amore in balia della tempesta. Ci sfiora anche lo spettro di Ovidio mentre scrive Le metamorfosi, nella poesia Epitafio del conformista il cui cadavere si trasforma in una lamina, in un oggetto cioè inanimato, non solo perché privo di vita. Al di là e al di fuori dei riferimenti classici, il contenuto generale si riassume nel titolo molto esplicativo della raccolta, in due termini che restituiscono due concetti opposti: peso, la pietra e leggerezza, la farfalla, concetti ben delineati anche dalle consonanti, in un esempio perfetto di significato attinente al segno. L’unione della “t” unito alla “r” ci riporta anche foneticamente un suono duro, pesante, mentre la “f” e la “l” sono un soffio, leggero e dolce; la vita può essere e a volte è un peso, ma basta un tocco di leggerezza, magari improvviso a darci un conforto seppur momentaneo. Che questo tocco sia la poesia non parrebbe insensato. Chiariamo, non sono poesie facili, nel senso di una immediata comprensione, ma non fa male sfruttare il nostro cervello per carpire la bellezza e qualche sprazzo di cultura antica di cui tutti siamo figli.

 


 

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