Salta al contenuto principale

Quando eravamo giovani

Un gruppo di ragazzini sui 10-11 anni va a trovare il prete di quartiere: “(…) Ci chiedevamo se Dio c’è / per davvero”. Il sacerdote li rassicura e i ragazzini se ne vanno, domandandosi oziosamente se il prete si scopi la sua grassa, sciatta perpetua: “(…) Perché non torniamo / e glielo chiediamo? / Torna tu e chiediglielo, / avevo detto, sei tu / quello / curioso. / Ho paura a farlo, / aveva detto Frank. / Hai paura di Dio, / avevo detto. / Beh, perché tu non ce l’hai?”. Alle medie innamorarsi di una professoressa è cosa che succede a quasi tutti i ragazzini, e Charles non fa eccezione: “(…) Mrs Gredis non si sedeva dietro / alla cattedra, teneva vuoto il primo / banco e si sedeva sopra / al primo banco /accavallando alte le gambe e /noi vedevamo quelle lunghe gambe / setose, quei fianchi magici, / quella calda carne rilucente”. Atteggiarsi a “bad boys” a volte ti costringe a fare cose orribili, ad esempio quella volta che i quattordicenni Charles, Baldy e Norman se ne stavano a bere birra nel parco e un’automobile si è fermata e ha scaricato una donna ubriaca che ha iniziato a vomitare e poi si è incamminata ondeggiando lungo la stradina interna al parco: “(…) È ubriaca, ha detto / Norman, / scopiamocela! /Ok, ho detto / Ok, ha detto Baldy. / Lei girava / per il parco / muovendosi / barcollando. / era robusta ma giovane, / bei seni, / belle gambe, / ondeggiava sui / tacchi alti”. Ma il goffo tentativo di stupro di gruppo per fortuna fallisce, e i bulletti quattordicenni se ne tornano “(…) tutti a casa a / masturbarci, / pensando a quella / donna nel /parco, / baciando quella bocca al whisky, / con quelle gambe alte / al chiaro di luna, / mentre la fontana / del parco / zampillava / e i nostri genitori / dormivano nell’altra stanza, / stanchi di tutto / quanto”…

Nel vastissimo corpus poetico postumo di Charles Bukowski – centinaia di poesie inedite – queste della raccolta Bone Palace Ballet del 1997, che Feltrinelli in Italia presenta in tre volumi distinti con testo originale a fronte, ricoprono un ruolo particolare. Perché ripercorrono, come in una dolente e sardonica autobiografia, la vita di Charles Bukowski dai dieci ai quarant’anni circa. E lo fanno con lo stile che lui ha sempre voluto dare alla sua poesia (“(…) poter stendere un verso semplice come fosse una corda da bucato e appenderci emozioni”): lineare, aneddotico, sboccato, malinconico, squallido, tenero. Ma non si parla solo di alcol, sesso e disperazione in queste poesie, Bukowski non è il cliché di Bukowski. Per esempio è bellissima e commovente la gioia che fa trasparire nel racconto della sua scoperta, a sedici anni, degli scrittori che erano “la sua unica speranza e via d’uscita”, e cioè Lawrence, Dostoevskij, Turgenev, Gor’kij, Huxley, Sinclair Lewis, Ibsen, Shakespeare, Čechov, Jeffers, Thurber, Aiken, letti avidamente di nascosto perché “(…) Mio padre detestava i libri e anche mia madre detestava i libri (perché mio padre detestava i libri)”. Per esempio è vibrante e “impegnato” in modo tutto sommato inatteso il suo antimilitarismo e così il disprezzo dell’ottuso perbenismo diffuso nell’ambiente sociale in cui è nato e cresciuto.