Quarta stella

“Sono nata un venerdì, giorno pari dell’inverno”. Si presenta così, la poetessa, nella sua “versione” personale. Così si apre una serie di poesie che ci parlano del tempo, del suo tempo passato. I riferimenti temporali sono espliciti (“Madre, sorridi ancora / ignora / ciò che non tornerà più del tempo / insieme: più del passato / è vero il cielo, il suo cobalto” e ancora “Così mi chiami e vedi / scendevo verso gli anni”) oppure riflessi nei sostantivi (“Dite ai miei morti di apparirmi”). Dopo aver citato la madre e il padre, la casa natia, le voci infantili, le sue radici, in definitiva, ci presenta il suo côté poetico, la sua spinta: “Io non so niente e ancora cerco / tra le volte e il fogliame / un segno, un filo / un’anticipazione”. Tutta la sua poesia è avvinghiata agli elementi naturali, siano essi vegetali, animali, inanimati come la nebbia, il mare, le sue onde, la sabbia; pochissime sono le liriche in cui non sia citato il cielo, o un fiore, un filo d’erba, le foglie. La predilezione è per la sera, la notte, l’ombra e il buio, proprio perché niente sa e ancora cerca (se niente si sa è perché il buio copre), rasentando il nulla e il vuoto (“…vado dovunque in sospensione / verso un altissimo biancore / e questo nulla mio e plurale”) ma sentendosi nella calma sicura quando si dirige “verso l’equatore del corpo / calma e chiarezza unificate esondate / muovono tendini, appianano lembi” e “Tutto il mio centro si dipana / e astrae”. Se la soluzione a tutto il cercare del poeta fosse “Non pensare più a niente. Poiché l’alternativa è immaginare mondi, edificarne gli scenari allestendo commedie di probabilità”?

Gisella Genna, giornalista milanese, classe 1973, appassionata di canto (fa parte di un coro tutto al femminile), di arte, di fotografia e di cinema, è alla sua prima raccolta poetica. Il titolo si potrebbe ricollegare alla stella a sei punte, simbolo del quarto chakra (Anahata), quello del cuore; il cuore, il centro del petto e il centro della vita (più sopra ho citato due poesie che vi si riferiscono direttamente). Tralasciando la genesi del titolo (spetterà poi al lettore trovarvi un segno nei testi), le poesie contenute in questo piccolo gioiello, sono aria, sono purezza, sono bellezza (quella barriera che ci separa dall’annichilimento se ci avviciniamo troppo a ciò che Lacan chiama das Ding) e per questo fondamentale per la nostra sopravvivenza mentale ma anche fisica. Nelle poesie più recenti che ho letto, e queste di Genna sono le ultime in ordine di tempo, si evidenzia qualcosa che si potrebbe definire un’esigenza, quasi una necessità di rivolgersi alla natura per esprimere sentimenti, torture, disagi, mancanze, come se le parole non fossero più, da sole, capaci di dire senza un aiuto esterno. Una natura che è passata dall’essere matrigna cattiva e ostile (l’ultimo Leopardi) a essere prima usurpata, sfruttata e a cui ora ci si rivolge come madre delle parole. Le poesie di Gisella Genna sono, come ho detto più sopra, densissime di riferimenti naturali, ma altrettanto ricche di elementi esterni concreti, a volte architettonici, geografici, in un viaggio dialettico da dentro a fuori, alla ricerca di risposte soddisfacenti. Sono poesie misurate, equilibrate, dove non ci sono picchi di emotività affannosa che a volte non lascia traccia a posteriori; le impressioni emotive passano sottopelle e lasciano un riverbero duraturo. Hanno quel giusto grado di ambiguità che permette la creazione del rapporto interpersonale tra poeta e lettore, lo spazio adatto al lavoro di elaborazione che chi affronta una poesia deve poter ricevere.

 


 

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