Tra le rovine della Grande Fabbrica

Tra le rovine della Grande Fabbrica

Quando si passeggia senza meta e godendosi unicamente il momento, sentendosi accarezzare dal sole tiepido che fa capolino dopo la pioggia, capita che emergano i pensieri più puri, lavati dalle aspettative e dalla routine, pensieri arcaici che riflettono la cognizione del presente ma che arrivano da lontano; li si vorrebbe trattenere a lungo, quasi fossero mantra con il potere di guidarci nel seguire un giusto cammino (“Voglio vivere in una siepe / Correndo come un cane / Sotto questo sole dolce / Che lo so / Lo so / Lo so / Non durerà”). Perché troppo spesso ci sentiamo prigionieri di una vita che non è la nostra, e lo sappiamo bene, sottopelle, ma accade d’improvviso che arrivi netta questa consapevolezza, innescata dal volo di un airone che vediamo nel cielo limpido di prima mattina, mentre stiamo già incazzati nel traffico a mettere frecce e respirare smog. E ci rendiamo conto che le cose reali sono altre, sono i doveri che sentiamo nei confronti di noi stessi, delle nostre volontà e delle persone che contano, quelle promesse fatte che per sempre ci segneranno (“Perché mi hai lasciato la tua vecchia carriola / E l’idea che serva prendersene cura sempre / Ad ogni costo / Per sempre / E / Sai / Lo farò”). Anche dentro di noi, allora, come il cielo dopo la pioggia, diventa tutto più chiaro e trasparente e si capisce come vi sia un collegamento fra gli elementi e come il divino, l’energia, invada ogni cosa, fino ad essere ogni cosa (“Che ogni fiore era un dio / E ogni dio eravamo noi”)...

Anche se il titolo di questa raccolta di poesie de Il Reverendo Stone (pseudonimo di Fabio Bet) non lo mette in risalto abbastanza e punta più a suggerire un’atmosfera distopica, molte delle poesie presenti in questo volume presentano una notevole sensualità. Le parole hanno una intrinseca tangibilità e il loro significato sembra soffiare sulla nostra pelle, queste poesie si possono perfino odorare, sembrano acuire i nostri sensi più sottili, risvegliando una certa coscienza – del nostro corpo più che della nostra mente – assopita. Si tratta di quella veracità di cui sono portatrici le piccole cose, e della capacità dell’autore di rilevare per poi rivelare l’attimo in cui l’esatta intuizione si palesa. D’altra parte, invece, alcune poesie risultano sensuali per la loro durezza, sono quasi rabbiose, schiumanti, creano disagio, si scagliano come dardi nei confronti di una società che tende proprio a soffocare e zittire la perspicacia e l’istinto a favore di una omologazione e di un pensiero superficiale. Questa discrepanza tra quella che vorrebbe essere la nostra dimensione e la realtà che si offre a noi e questo divario fra il tempo imposto che passa invano e la voglia di riappropriarci di un tempo individuale, che poi è quello universale, sono temi che ritornano spesso nei componimenti presenti, tutti senza punteggiatura alcuna, come pensieri che si ha fretta di fermare e su molti dei quali non fatichiamo a ritrovarci.



0

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER