Veniamo dal Basso come un pugno sotto il mento

Veniamo dal Basso come un pugno sotto il mento

“La verità è che tutti dovrebbero fare poesia. / Tranne i poeti”. Sintetica e lapidaria l’antipoetica di Alice Diacono, la cui voce si colloca in basso, nel registro e nella classe sociale, con disincantata ironia nel cuore della crisi del nostro tempo: “Si dice che non esiste più il proletariato. / Eppure io ti vedo. / In fila alle Poste. […] alle casse dei supermercati […] impotente di nuovo e ancora / ammassarti alle frontiere. / […] Io ti vedo / appoggiare la testa al finestrino del tram, / al ritorno dal lavoro, / lasciare il segno dell’unto dei capelli sul vetro”. Poesia di una generazione intrappolata nel cuore della crisi del lavoro, “Il lavoro non c’è già più / ma abbiamo ancora bisogno di lavorare. / Che culo!” e di quella ecologica: “La demografia dice che tra cinquant’anni / La transizione nei paesi industrializzati sarà terminata / e la popolazione diminuirà drasticamente, / ma io non farò in tempo a vederlo / perché sarò già troppo vecchia o morta: / questo significa che sto vivendo nell’epoca / più sovraffollata di sempre. / Che culo!”. Persa la possibilità di organizzarsi per innescare un cambiamento, sì è tutti ripiegati su sé stessi e sulle proprie cure detox: “Ma cose come l’autodeterminazione, / la capacità di organizzarsi / e la solidarietà fra gli individui / nella mia epoca non vanno di moda quanto il tè bancha”.

Poesia da recitare, nel solco che va dal beat al punk bolognese, da Ginsberg a Massimiliano Chiamenti, fortemente carica dei problemi e delle esperienze di una generazione (Diacono è del 1987) angustiata dal precariato lavorativo, dall’assenza di una prospettiva futura, dalla eccessiva formazione che non si concretizza in una realizzazione professionale, da esperienze all’estero che spesso risospingono verso un’identità italiana riconosciuta per così dire “in minore”, nelle piccole abitudini quotidiane, nel cibo, nei comportamenti diversi, nel senso di fallimento storico di questo paese in questo tempo: “In Italia, siamo sovraformati nella teoria e sottoformati nella pratica; ragione per cui possiamo affermare che abbiamo molto buon gusto, ma nessun buon senso”. Veniamo dal basso è un prosimetro che mescola versi e brevi racconti sui passaggi cruciali della vita dell’autrice: la prima poesia, il trasferimento in città dalla provincia, il lavoro, i viaggi all’estero, l’attivismo culturale nel giornale “Idioteca”. Ne emerge una voce diretta, sfrontata, critica, affatto consolatoria, vicina al basso del corpo, alle sostanze, ma capace anche di bellissimi momenti di dolcezza, o di elevazione metafisica (“Ascolta piccolo uomo: / ciò che hai da imparare / è già tutto nel respiro / che ti passa attraverso”). Uno stile ben riassumibile nella autodefinizione di poesia hardcore zen fornita dall’autrice in quarta di copertina. Un esordio che arriva dal basso, deciso, e colpisce alla mandibola questo presente intontito.



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