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Polvere d’agosto

poveredagosto

Mercoledì, 16 agosto 1989. L’aria è piuttosto appiccicosa e il tasso di umidità è altissimo; l’afa si fa sentire e il termometro ha superato i trenta gradi. Per tutto il giorno Norberto Melis, fresco di nomina a primo dirigente, è stato impegnato in una serie di inutili incontri; d’altra parte, si è offerto lui stesso di presidiare la Questura mentre quasi tutti i colleghi sono in vacanza. Anche sua moglie Fiorenza- il gruppo editoriale presso il quale lavora ha chiuso per ferie nella settimana di Ferragosto- ha accettato l’invito di due vecchi amici che le hanno proposto di trascorrere alcuni giorni nella loro casa sul lago d’Iseo. Certo che l’aria è davvero soffocante, sta pensando un accaldatissimo Melis mentre arriva in ufficio, con il colletto aperto di una camicia azzurra e la giacca buttata sulle spalle, alla ricerca di un po’ di refrigerio. Ma le noie della giornata non sono ancora concluse. C’è qualcuno che lo sta attendendo con pazienza da più di tre ore e Melis deve anche accettarne l’abbraccio. Si tratta di Luciano Boccamazzi, soprannominato Piedini dalla volta in cui, avendo le mani occupate a cercare di tener fermi due cagnolini ringhiosi, è riuscito a violare la combinazione di una cassaforte con le dita dei piedi. Sì, Piedini è uno scassinatore che Melis ha arrestato anni prima, dopo avergli tuttavia concesso il tempo di accompagnare la figlia, già orfana di madre, all’altare, guadagnandosi in questo modo stima e riconoscenza sempiterna da parte del gaglioffo. E ora Boccamazzi si trova lì, di fronte al questore, per raccontargli il singolare episodio di cui è stato protagonista. Durante un tentativo di scasso in una delle ville situate tra Santa Maria della Fontana e la Maggiolina - prima di muoversi ha studiato la casa per diversi giorni, scoprendo che ci vivono un vecchio e il suo tuttofare - si è trovato di fronte, nel salotto di casa, ad un uomo, occhi chiari e spalancati, decisamente morto, con un coltello ancora ben piantato in mezzo al petto…

Che Hans Tuzzi - nom de plume dello scrittore e saggista italiano Adriano Bon – sia uno dei più interessanti autori di gialli di qualità è cosa assai nota. Pochi riescono a raccontare come fa lui, in maniera così completa e a tratti ironica, luci ed ombre degli anni Ottanta del secolo scorso in Italia e a utilizzare la struttura del romanzo poliziesco per analizzare in maniera approfondita, in realtà, situazioni e personaggi. Questo è quanto accade anche nella tredicesima vicenda che vede come protagonista il commissario Norberto Melis, già promosso a vicequestore, che si trova a doversi occupare di un triplice omicidio. Il primo riguarda un rigattiere che viene ucciso dopo essersi impossessato di un pacco di cocaina lasciata in una zona periferica della città. La seconda vittima, uccisa in maniera particolarmente crudele e a una certa distanza di tempo rispetto alla prima, è un filologo dell’esoterismo, un emerito professore esperto dei Templari e dei Rosacroce, nonché massone. La terza vittima, invece, è il cameriere e factotum del professore. Si tratta di un celibe piuttosto giovane e prestante, con qualche vizietto - uso di cocaina, discreto giro di amanti – ma praticato con una certa discrezione. Un bel rompicapo, non c’è che dire, per Melis che, tuttavia, riesce a sbrogliare la matassa e la parte più interessante della vicenda è proprio legata al percorso che conduce il vicequestore alla soluzione dell’enigma; un percorso fatto di ironia, divertenti equivoci, fine intelligenza e profondo intuito. Aiutato come sempre dalla moglie Fiorenza, donna estremamente colta e, guarda caso, esperta proprio in massoneria, un disincantato Melis si muove tra il mondo della droga e quello delle sette segrete; tra personaggi di diversa estrazione sociale - magistralmente connotati dall’autore - e discipline sconosciute ai più. Un’indagine bizzarra ed estremamente interessante, che conferma una volta ancora, nel caso ce ne fosse bisogno, la verve creativa e l’originalità di Tuzzi.