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Pomeriggio di uno scrittore

Pomeriggio di uno scrittore
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Non sa di preciso che ora si sia fatta. Di sicuro le campane dell’ospizio poco lontano ad un certo punto hanno suonato mezzogiorno con la solita intensità, ma da allora è passato molto tempo: se ne accorge dalla luce che illumina la stanza, una luce più soffusa, da pomeriggio inoltrato. D’altra parte, ogni giorno è così: si immerge fin dalla mattina nel suo lavoro e non si accorge di quanto gli accade intorno, anche solo fuori dalla finestra: il miracolo della scrittura, di come ogni parola affiori magicamente l’una dopo l’altra ‒ e quell’ansia, quell’attesa che le precede, la paura di non farcela ‒ lo estrania completamente dalla realtà esterna. Così, prende la decisione di uscire. Afferra la sua tazza di tè vuota, e scende in cucina, dove l’orologio, in effetti, gli segnala che anche questa giornata di inizio dicembre sta volgendo al termine. Raccoglie la posta dall’ingresso, la vaglia, butta nel cestino tutte le comunicazioni che non gli interessano, ad una ad una; sopravvive solamente una cartolina di un suo amico di vecchia data, che prontamente infila nel cappotto, per leggerla più tardi, all’aperto. Quindi si infila sotto la doccia, sceglie scarpe adatte per il cammino, prepara il cibo per il gatto. La casa è in completo silenzio, sembra quasi disabitata. Finalmente, si prepara ad uscire ma, una volta giunto quasi alla porta del giardino, gli sovviene una parola, la parola giusta, che chiede con impellenza di essere inserita nel suo scritto: corre subito verso lo studio per la sostituzione...

Peter Handke, austriaco, sceneggiatore collaboratore di Wim Wenders oltre che autore di romanzi e saggi, ci propone un brevissimo testo in cui seguiamo uno scrittore in un pomeriggio di dicembre. Non vi è una storia che sostiene l’opera e, nonostante tutto, questa appare densa e compiuta: le riflessioni dello scrittore, che seguiamo in un giorno qualsiasi (un giorno imprecisato, così come sconosciuto è il protagonista, ed indefinibili sono i luoghi) le sentiamo vicine, e ci immedesimiamo nel suo essere interamente concentrato sulla sua attività, alla ricerca della parola perfetta, quasi schivando ogni contatto con le altre persone. Quanti di noi non hanno almeno una volta avuto un pensiero, una passione, un problema, che ci ha isolati dal resto della realtà? E, dopo una giornata passata a rimuginare, a lasciare passare le ore, ci si è trovati ad indossare le scarpe da ginnastica con la necessità di prendere una boccata d’aria, pur senza aver voglia di incontrare qualcuno? Ecco, Peter Handke ha la bravura di descrivere quei momenti lì: quei momenti fatti di nulla, di azioni banali, nei quali però i nostri pensieri emergono fluidi e liberi, e le nostre abitudini spesso ci guidano alla ricerca di un senso della realtà, per comprendere quanto essere come siamo sia un dono o una rovina. Un romanzo per i più introversi e per chi aspira ad essere uno scrittore. Se la prima lettura dovesse risultare difficile consiglio, data la brevità, una rilettura: vi sorprenderà.