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Port Mungo

Port Mungo

Jack Rathbone è tornato a New York per la prima volta dopo vent’anni, in preda a una specie di stupore per la morte di sua figlia Peg: aveva sedici anni ed è stato un colpo devastante. Sua sorella Gin non sa cosa dirgli per riportarlo a contatto con la realtà della vita. In un primo, stanco, riluttante tentativo di rimettersi in sesto, Jack si trasferisce nello studio che lei stessa gli ha affittato in Crosby Street. Nel loft, bevendo tè e tentando di fare conversazione, Gin si rende conto che i lunghi anni a Port Mungo hanno trasformato le mani del fratello in entità puramente strumentali segnate dall’uso – le unghie irregolari e indurite, la pelle macchiata, il colore incrostato negli interstizi intorno alle unghie, e il dorso coperto da peli pallidi come paglia. Inoltre, la sua mancanza di gratitudine e l’accusa che lei lo stia soffocando dimostrano che quegli anni non hanno contribuito a civilizzare il fratello: anzi, ha la netta impressione che abbia volutamente distrutto in sé ogni traccia del decoro sociale appreso fin da bambino. Non si vedono per sei settimane, fino a quando Jack non le propone di bere qualcosa insieme. È diventato uno spettro. Il motivo è la solitudine causata dalla mancanza delle figlie: ha perduto Peg e anche la secondogenita Anna se n’è andata a vivere in Inghilterra con Gerald, il fratello di Gin e Jack. Ma Gin non può ospitarlo: non è più la sorella adorante e succube di un tempo. Lavorare è quello di cui lui ha bisogno: nei giorni successivi, riprende con determinazione le vecchie abitudini – lunghe ore di lavoro quotidiano, l’impegno sempre più profondo. La morte di Peg l’ha provocato e la morte di Peg lo tiene in vita. I suoi quadri sono pervasi dal lutto che ha sofferto: toni e timbri grevi su pennellate nere a esprimere malessere, buio e decadenza. Quando non dipinge, parla di Port Mungo e di alcuni episodi che testimoniano la tempestosa relazione con Vera. Un anno più tardi, è pronto a mostrare le tele dipinte a Port Mungo, i cosiddetti “quadri malarici”: la mostra inaugurata da Paula Cooper è un successo, i quadri vanno a ruba. L’ultimo incidente di questo periodo si verifica nella soffocante estate del 1982, quando, in cima alla ripida scala di ferro all’ingresso del suo palazzo, Jack vede una donna con accanto una valigia, che si sventaglia con un giornale. È Vera. Gli racconta che vive sull’Hudson e che sta per trasferirsi a Londra: alla compagna che l’ha portato fuori dall’Inghilterra e gli ha insegnato a fare il pittore – la madre delle sue figlie – Jack concede di passare con lui tre notti, durante le quali mangiano, dormono, fanno sesso, parlano di Peg e piangono la sua morte. Dopo aver rifiutato la proposta di Vera di rifarsi una vita insieme, diversa dal passato, Jack la guarda allontanarsi: una povera donna con la gonna stretta, ormai ultracinquantenne, tremendamente sola e senza un soldo, che va a prendere un autobus per l’aeroporto. Durante i suoi ultimi anni a New York, Jack cambia ancora: dapprima sono cambiamenti superficiali, nell’aspetto insolito, nelle abitudini. Poi diventa una sorta di recluso, indifferente, perfino ostile, verso il mondo. Senza dubbio una parte consistente della sua attività è un tentativo di dominare il disordine provocato dalla tempesta emotiva che ha attraversato – lutto, dolore, senso di colpa, fallimento, rabbia. Dominare tutto questo e, nel farlo, cogliere una piccola verità…

È difficile dire quale sia la verità nella storia, ricca di suspense, di Jack Rathbone – un aspirante pittore che, all'età di diciassette anni, viene catturato dal fascino di Vera Savage, una trasandata pittrice di Glasgow molto più grande di lui, conosciuta durante una conferenza alla St. Martin’s di Londra, che lo trascina, prima, a New York, e poi nelle paludi di mangrovie dell’Honduras. È narrata dalla sorella Gin, nel ruolo di spettatrice, in un modo che percepiamo non sempre affidabile, in quanto la sua palese devozione e l’ambiguo attaccamento per il fratello ne alterano la prospettiva. Con una serie di salti temporali ci riporta all'infanzia di Jack in Inghilterra, poi per gli studi a Londra e, dopo un periodo a New York, a Port Mungo, dove Jack sviluppa uno stile chiamato neoprivitivismo o tropicalismo: “In quegli anni a Port Mungo, mio fratello è una figura curiosa: è un artista inquieto, un Gauguin del nostro tempo, stimolato dalla ricchezza di forme e colori del mondo naturale, oltre che dalla sua creatività, dalla sua esuberanza, dalla sua violenza, e contemporaneamente capace di sollecitudine materna verso le due figlie, giacché la loro madre era sempre in giro a “farsi gli affari suoi”, per lo più – pare – a bere e a cacciare uomini”. La nascita delle due bambine non porta stabilità nella coppia e la morte, a sedici anni, della figlia maggiore Peg, mina definitivamente la già instabile relazione con Vera. Èla ricerca della verità su questa morte circondata dal mistero a dare, almeno apparentemente, impulso alla narrazione, ma, come ricorda Gin: “Non esistono misteri: solo persone che nascondono le cose, solo segreti. E sicuramente le circostanze della morte di Peg erano un segreto – il segreto di Jack e forse di Vera –, e tali sarebbero rimaste finché uno di loro non avesse deciso di divulgarle. Alla fine, Jack me le raccontò ma, per parecchi anni, nei nostri momenti di maggiore intimità – di solito la sera tardi, mentre bevevamo –, potevamo parlare di tutto, tranne che di questo”. Destinata a non trovare mai un uomo all'altezza del fratello, che vede come un eroe e che sostiene non solo economicamente, costretta a osservare la sua graduale disintegrazione creativa e personale, Gin lascia intravedere il senso di oppressione e di imminente tragedia che incombe sulla famiglia: con inquietante chiarezza evoca il passato e i suoi fantasmi: quelli di Jack, pittore torturato ed eccessivo, divorato tanto dalla passione per l'arte quanto dal folle amore per una donna; quelli di Vera, cronicamente instabile, che cerca di superare la noia con l'alcol e con gli uomini; quelli di Port Mungo, dove nella calda e sensuale atmosfera tropicale si mescolano il profumo del rum, la fragranza della papaya e del mango, l’odore putrido del senso di colpa incestuoso e del sangue della carne macellata. Ma è solo quando la figlia minore di Jack, Anna, cresciuta in Inghilterra, si trasferisce a New York e va a vivere con il padre e la zia che il dramma raggiunge il suo apice in un modo del tutto inaspettato, confermando il talento McGrath non solo nel creare atmosfere gotiche, ma anche per la minuziosa e profonda attenzione verso i processi mentali, psichici ed emotivi dei suoi personaggi.