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Poster girl

Poster girl

La sessione fotografica, i flash, le indicazioni sulla direzione in cui volgere lo sguardo, la musica in sottofondo che accompagnava gli scatti e poi il suo volto incorniciato dallo slogan della Delegazione: “Quel che è giusto, è giusto”. È tutto ciò che Sonya ricorda del proprio passato. Dieci anni dopo, la sua vita è profondamente diversa: un’insurrezione alle spalle e una segregazione nell’Apertura. Ora è sul tetto del Palazzo 4, dove vive, e raccoglie pomodori in uno degli orti costruiti da Nikhil. Devono portarli al mercato, Nikhil vuole barattarli con una radio per avere notizie del mondo “là fuori”, oltre l’Apertura. “Ragazza-poster” è così che la chiamano, nonostante siano passati anni da quando era il volto della Delegazione. Sonya non può tagliare con il suo passato, la sua è sopravvivenza, sopravvivenza in una gabbia e sopravvivenza alla perdita della sua famiglia. La sua attuale vita si svolge all’interno di uno scacchiere, Palazzo 1,2,3,4 in una convivenza forzata con gli altri prigionieri. A lei non sarà mai concesso di uscire, neanche dopo l’approvazione della “legge sui Figli della Delegazione”, che permetteva di reinserirsi nella società a chi fosse entrato bambino nell’Apertura. Così Sonya si ritrova a festeggiare l’ultima sera di prigionia di Nicole, che aveva sedici anni al momento della chiusura – Sonya diciassette – celebrando il momento con una lattina di pesche sciroppate, un dolcissimo sapore dal retrogusto di libertà, mentre lei sarà destinata a rimanere lì dentro per sempre o così pare finché alla sua porta non si presenta Alexander Price...

Dopo il successo della trilogia Divergent Veronica Roth non ha smesso di sperimentare narrazioni ambientante in realtà distopiche ed è in un indefinito, corrotto futuro che veniamo catapultati nella sua ultima opera. Impossibile non pensare, sin dalle prime pagine, in cui la protagonista Sonya Kantor rievoca i momenti trascorsi davanti alle macchine fotografiche e il motto della Delegazione, al celebre manifesto dell’opera di Orwell, 1984, in cui lo slogan recitava “Il Grande Fratello vi guarda”. Nella realtà in cui vive Sonya non serve uno slogan perché venga ricordato di essere “guardati”, i prigionieri sono costantemente monitorati da un Impianto nell’occhio che permette di controllare il comportamento dei cittadini. All’indomani dell’insurrezione che ha portato al rovesciamento della Delegazione, tutti coloro che erano stati al potere, o influenti nel governo precedente, vengono confinati nell’Apertura, insieme alle proprie famiglie. Ma Sonya è sola. Suo padre, membro di spicco del regime decaduto, aveva distribuito a sua moglie e alle sue due figlie una pillola, il Sol, che li avrebbe condotti lievemente alla morte. Sonya si è rifiutata di prenderla e convive ogni giorno con l’irremovibile passato e l’immutabilità del presente. Tuttavia, proprio un suo vecchio conoscente, Alexander Price, le proporrà una missione: ritrovare Grace Ward, una secondogenita illegittima. Le offrirà l’occasione di tornare nel mondo “là fuori”, un mondo che, però, non riconosce, “è come se tutti parlassero un’altra lingua” di cui Sonya comprende le parole ma non più il significato. Tuttavia, sarà proprio questa sfida che, alla fine, le consegnerà le chiavi della verità, sul suo passato - e i segreti della sua famiglia - e sul presente. Sonya accetterà di essere stata la “Ragazza-poster” sotto gli occhi di tutti, ma la vera libertà la raggiungerà nel momento in cui “scopre chi è quando nessuno la guarda”.