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Potevo diventare milionario ho scelto di essere un vagabondo

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John è ancora un bambino quando nel 1849, assieme alla famiglia, lascia la cittadina scozzese di Dumbar per raggiungere gli Stati Uniti. Ha ricevuto un’educazione rigida ma solida, perché “la Scozia è violenta, ma studiosa”. Gli insegnanti lavorano molto di schiaffi e scudiscio, ma anche sulla memoria, la grammatica inglese, francese e latina. Il padre è un uomo dai principi rigidi. Lavoratore indefesso, presbiteriano fervente, obbliga i suoi figli a imparare a memoria i versetti della Bibbia, l’unico libro che ritiene utile. Ma John ha sempre amato tutto ciò che è selvaggio. La brughiera, il mare, le scorribande nei boschi per snidare gli uccelli. Stabilitisi nella regione dei Grandi Laghi, la vita di John è scandita dal ritmo del lavoro alla fattoria che sta crescendo e che lascia tempo per poco altro: le esplorazioni nei boschi che circondano la casa e la lettura clandestina di poche pagine al giorno dei romanzi di Walter Scott e dei libri di poesia inglese, che si fa prestare dai coloni che vivono nelle vicinanze. Si appassiona all’algebra, alla geometria e trigonometria. Si alza all’una del mattino e dentro la cantina gelata lavora fino alle cinque per costruire dal niente termometri, barometri, una rudimentale sveglia con calendario, intagliando gli ingranaggi nel legno, l’unico materiale che ha a disposizione assieme a poco fil di ferro. Al lume di una piccola candela, immerso nella fredda notte del Wisconsin, immaginiamo il piccolo John come un novello Leonardo da Vinci, intento a dare vita alle immagini create dalla sua fantasia. Ma è la natura incontaminata il vero richiamo che presto lo attira fuori dalle città. Dopo la guerra civile, a cui non partecipa spostandosi in Canada, a venticinque anni studia botanica, sogna le grandi esplorazioni, di vedere l’Amazzonia. Vorrebbe andare ovunque purché fuori dalle città che si stanno espandendo e che lo soffocano. Al seguito di un gruppo di pastori, con una fetta di pane nella bisaccia e niente altro, segue il gregge sugli altipiani della Sierra Nevada, fino alla Valle dello Yosemite. Si innamora di quel luogo, ne studia la geologia, la flora. Si costruisce una capanna dove il fiume entra da un lato ed esce dall’altro, ama i temporali e le tempeste di neve. Esulta quando arriva un terremoto a sconquassare le rocce, ne assapora la vibrazione e poi si precipita a studiare le nuove conformazioni. Diventa, poco a poco, una celebrità e una sorta di creatura mitologica che si batte per la conservazione della natura selvaggia sempre più minacciata dall’avanzata dell’uomo…

“Mi sono messo in marcia, libero e felice, il primo di settembre del 1867. Il mio progetto era semplicemente di andare dritto davanti a me, all’incirca verso sud, attraverso il sentiero più selvaggio”. Così sta scritto sulle prime pagine di un taccuino che John acquista e terrà sempre legato alla cintura e che diventerà un piccolo libro dal titolo Millecinquecento chilometri a piedi attraverso l’America profonda. Alexis Jenni, scrittore e professore francese, segue passo dopo passo le impronte lasciate sul terreno e sulla carta da John Muir (1838-1914), eccentrico, geniale e appassionato naturalista americano, uomo simbolo della lotta per la conservazione della wilderness, la natura incontaminata e selvaggia. Muir, che grazie al suo genio per le invenzioni, avrebbe potuto diventare milionario, sceglie invece il vagabondaggio come ragione di vita. Errare attraverso la natura, senza alcun timore ma equipaggiati solo di curiosità e stupore, è l’unica fonte di felicità e lo sa bene anche Jenni, cresciuto tra le foreste i laghi della Provenza. John Muir è lo spartiacque umano tra due epoche che si stanno avvicendando. Come un baluardo, si erge a difesa di quella al tramonto, dove è la natura a dettare le sue regole, mentre la nuova epoca della società industriale sta avanzando al ritmo del progresso che avanza, modificando e plasmando irrimediabilmente il paesaggio. E per appassionarsi a una figura così carismatica, eclettica e sincera come quella di John Muir non è necessario vedere il parco dello Yosemite, non occorre percorrere quella che oggi viene chiamata John Muir Trail, la durissima marcia che ripropone il suo viaggio a piedi attraverso la California. A Jenni, così come al lettore, basterà leggere le parole appassionate vergate la sera sui suoi taccuini, sarà sufficiente ammirare le fotografie delle sue invenzioni o studiare i suoi piccoli disegni che raffigurano gli insetti e la flora che lo circondava. Anzi, basterà leggere questa cronaca, perché non c’è nulla di più convincente di una testimonianza appassionata come questa per immedesimarsi nello spirito vagabondo di John. La vista delle montagne, delle sequoie, delle cascate nulla aggiungerebbe alla testimonianza dei suoi diari. Anzi, l’opera di distorsione della natura incontaminata da parte dell’uomo ha irrimediabilmente trasformato quei paesaggi, divenuti ormai meta turistica e dove è necessario fare la fila per ammirare il salto dell’acqua che precipita per centinaia di metri ed occorre fare le contorsioni per scattarsi una fotografia senza altri turisti sullo sfondo, illudendo noi stessi e gli altri di essere soli, circondati solo dalla natura così come lo era John.