Salta al contenuto principale

Potrebbe anche non esserci più un mondo

Copertina del libro

Howard Phillips Lovecraft scrive a Woodburn Prescott Harris il 9 novembre 1929, aprendo la lettera con un confronto scherzoso tra la propria fatica editoriale e l’impegno dell’amico nell’installazione dell’impianto idraulico di casa. Racconta di essersi appena liberato, il sabato precedente, da un pesante lavoro di revisione di bozze, seguito dallo smaltimento della corrispondenza arretrata, e di scrivere ora finalmente con tranquillità, sperando che la posta del mattino non porti nulla di urgente. Si rammarica di non essere riuscito a procurarsi il numero del «Saturday Evening Post» segnalatogli da Harris, ormai introvabile in edicola, e di dover quindi rinunciare a conoscere direttamente le opinioni di Einstein sul senso della vita. Passa poi a discutere della bellezza di Chicago, città che non ha mai visto di persona ma che giudica dalle fotografie: la considera priva del fascino dato dalla crescita graduale nel tempo, ma ammette che pare dotata di una sontuosità geometrica e di un’imponenza monumentale che pochi altri centri urbani eguagliano. Dice che le darà un’occhiata quando andrà a trovare amici nel Wisconsin, progetto che rimanda da tempo. Riguardo all’impianto idraulico installato da Harris, Lovecraft esprime dispiacere per non aver potuto aiutarlo di persona, e riflette sul fatto che l’acqua corrente rappresenti il lato positivo del progresso meccanico quando resta sotto il controllo dell’uomo senza intaccarne i valori e i costumi tradizionali; ricorda in proposito gli acquedotti romani. Si apre poi la questione della «civiltà americana». Lovecraft distingue tra la civiltà autentica, erede della tradizione classica e inglese insediatasi nelle colonie tra il 1607 e il 1820 e sopravvissuta in gruppi sparsi, specialmente in Virginia occidentale e in alcune zone del New England, e una nuova barbarie sorta intorno al 1830, fondata sulla quantità, la meccanizzazione, la velocità, il commercio e l’ostentazione del lusso. Sostiene che questa seconda corrente non ha legame con l’eredità dei coloni e che ad essa ci si può soltanto opporre o sottrarsi, eventualmente tornando in Inghilterra, dove il declino della cultura sarebbe più lento. Affronta poi il tema della vita contadina in Francia, distinguendo tra lo squallore delle campagne, comune a ogni paese, e il livello raggiunto dalle classi colte francesi in fatto di sensibilità e gusto estetico, indipendentemente dalle condizioni delle classi rurali. Segue un passaggio sul municipio di Albany, giudicato un esempio dell’architettura imposta dalla nuova classe benestante sorta tra il 1830 e il 1860, in polemica con lo stile georgiano precedente; a questo proposito Lovecraft riporta un aneddoto raccontatogli da un amico su un episodio riguardante James Gordon Bennett Jr., proprietario del «New York Herald». Poi lo scrittore discute il pensiero di Spengler, difendendone l’originalità pur segnalando che, a differenza di Einstein, non ha demolito alcun fondamento consolidato. Corregge poi un’affermazione di Harris precisando che fu Copernico, e non Galileo, il primo a formulare la teoria eliocentrica, confermata solo in seguito dalle osservazioni telescopiche. Ne deriva una riflessione sul diverso senso del tempo tra la civiltà occidentale moderna, per cui passato e futuro sono parti integranti della realtà, e quella dell’antica Grecia, che viveva il presente come dimensione autosufficiente, con scarso interesse per la cronologia. Lovecraft ripercorre l’evoluzione dei sistemi di datazione, dal computo romano basato sui consoli fino all’uso più tardo e all’era cristiana, osservando come anche nel Medioevo sopravvivesse l’abitudine di datare in base al regno dei monarchi…

L’epistolario di Howard Phillips Lovecraft costituisce, per mole e rilevanza, uno dei corpus più singolari della letteratura angloamericana del Novecento. Le stime sul numero complessivo delle lettere scritte dallo scrittore di Providence tra il 1910 e il 1937 sono variate enormemente nel tempo: si è parlato in passato di cifre vicine alle centomila unità, ma il lavoro filologico più recente condotto da S.T. Joshi e David E. Schultz per Hippocampus Press - che ha portato alla pubblicazione sistematica ordinata per corrispondente, 23 volumi cui si aggiunge quello dedicato a R. H. Barlow - ha ridimensionato la stima a circa 3.500 lettere effettivamente superstiti, una frazione minima rispetto alla produzione originaria. La prima selezione organica, le cinque Selected Letters pubblicate da Arkham House tra il 1965 e il 1976, ne raccolse meno di mille, in forma fortemente abbreviata. Gli originali sono conservati per la maggior parte alla John Hay Library della Brown University, che possiede oltre duemila lettere e manoscritti autografi, depositati pochi mesi dopo la morte dello scrittore. Temi ricorrenti - materialismo meccanicistico, cosmicismo, critica della religione e della civiltà industriale, insieme a posizioni razziste ormai ampiamente documentate dalla critica - fanno di queste lettere una sorta di autobiografia parallela, spesso più esplicita della narrativa. In questo quadro si colloca la lettera del 9 novembre 1929 indirizzata a Woodburn Prescott Harris, agricoltore ed ex insegnante del Vermont con cui Lovecraft intrattenne un decennio di corrispondenza. Di quel sodalizio sono sopravvissute solo tre lettere; questa, pubblicata solo parzialmente nel terzo volume Arkham House, nel 1971 negli Stati Uniti e in Lettere dall’altrove (Mondadori, 1993, a cura di Giuseppe Lippi) e L’orrore della realtà (Edizioni Mediterranee, 2007) in Italia, conosce finalmente nel 2025 la sua prima edizione integrale in volume autonomo (con tanto di titolo fascinoso ma fuorviante), a cura e traduzione di Ottavio Fatica. È considerata la più lunga mai vergata da Lovecraft: circa settanta pagine dattiloscritte, «completely filled with writing». Curiosità non secondaria: in testa al foglio Lovecraft appose un mittente fittizio, Valentine Boiling Fitz-Randolph Byrd, of Virginia, corredato dalla frase scherzosa «AVVERTENZA! Non cercare di leggere questa mia tutta d’un fiato! Io ci ho messo una settimana a scriverla e il risultato sono 70 pagine tonde… se non ricordo male dev’essere la lettera più lunga da me scritta nell’arco di una vita che ammonta a 39 anni, 2 mesi e 26 giorni. Pax vobiscum!», segno di un’autoironia rara nell’autore di Providence. Nel merito, la lettera affronta il rifiuto della religione, dell’amore romantico e della democrazia, la sfiducia nella civiltà delle macchine e un individualismo aristocratico venato di pessimismo storico, con incursioni nella genealogia personale e nell’economia domestica dello scrittore. Interessante e importante, ma solo per studiosi e fan.