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Potrebbe far male

Potrebbe far male

Gennaio 2020. Natalie ha trentun anni e una cura maniacale per i dettagli, e per questo è ammirata e temuta in egual misura da colleghi e sottoposti. Da anni mangia sempre lo stesso pranzo quando è al lavoro: “una porzione di verza, due fette di bacon, mandorle tostate, ceci e parmigiano, conditi con una vinaigrette allo scalogno”. Nonostante detesti la verza. Perché “un superfood è un superfood”. Jamie è la sua migliore amica. Considera i collaboratori come Tyler, il suo assistente personale, una manica di idioti. Ha appena concluso la presentazione di una nuova campagna pubblicitaria per riportare nei frigoriferi dei consumatori della fascia d’età tra i ventuno e i trentaquattro anni una nota marca di birra, non più tanto cool. E nella sua casella di posta elettronica è appena comparsa una mail da Kit, sua sorella, con cui i rapporti si sono raffreddati dopo la morte della madre, partita per un “programma di automiglioramento” di sei mesi a Wisewood, su un’isola del Maine. Solo che la mail non è stata scritta da Kit e contiene solo una frase: “Vorresti venire a raccontare a tua sorella quello che hai fatto, o dovremo farlo noi?” Natalie deve partire: sa bene a cosa facciano riferimento quelle parole. Non ha mai avuto il coraggio di confessare alla sorella quel segreto, e non vuole siano degli estranei a parlargliene. Natalie sa che quel che ha fatto potrebbe farle perdere Kit per sempre...

“Avevo impiegato fin troppo tempo per riconoscere che lei mi vedeva - che vedeva tutti noi - come una marionetta, non come una persona [...] avrebbe potuto liberarmi dal mio senso di colpa e dalla mia sofferenza; invece aveva lasciato che mi dibattessi nell’angoscia per sei mesi. Batté con la mano sul sedile accanto al suo, ma io rimasi dov’ero. «Ti rendi conto di quanto tu sia speciale per potermi stare così vicina? Per essere colei che mi porta in salvo?» Lei ti ama, mormorò una voce”. Scrittrice, copywriter cresciuta a Chicago, Stephanie Wrobel, dopo il successo di Cara Rosa Gold, suo romanzo d’esordio, pubblicato in oltre venti Paesi, torna nelle librerie con un thriller psicologico spiazzante per il lettore, che, preda del gioco dei nomignoli, delle similitudini dei trascorsi familiari, e della costruzione della trama su tre linee temporali differenti, arriverà circa a metà romanzo senza comprendere davvero le relazioni tra i diversi narratori che si alternano capitolo dopo capitolo. Se il precedente lavoro aveva come fulcro un rapporto madre - figlia, in Potrebbe far male a dominare la scena sono i legami tra sorelle e, soprattutto, quanto abusi e ferite subiti nel corso dell’infanzia possano trasformarsi in crepe, se non in veri e propri abissi dell’anima nell’età adulta. Fratture che possono tradursi in strategie manipolative, e condurre chi ne sia stato vittima ben oltre il confine tra disagio, disturbo e patologia mentale, trasformando gli abusati in carnefici, creando ulteriore sofferenza destinata a riverberare, a distruggere rapporti, a devastare esistenze: “spero che nel raccontare questa storia sia riuscita a tracciare un quadro più completo della vita in una setta: i modi in cui essa offre appartenenza, amicizia e un vero senso di famiglia, tanto che diventa difficile andarsene quando la situazione si fa buia...”, scrive Wrobel nella Nota conclusiva. Il ritmo si fa sempre più serrato dopo una prima parte più lenta, grazie ad una scrittura che sembra mutuare le scansioni direttamente dal linguaggio cinematografico. L’impressione a fine lettura è tuttavia di un incastro non perfettamente riuscito tra le sottotrame, nonostante le plurime revisioni a cui il romanzo è stato sottoposto: la narrazione in prima persona del percorso evolutivo della personalità di Rebecca, la leader della setta a cui la scrittrice fa riferimento, spicca e avrebbe meritato dignità autonoma, invece di essere calata in una cornice thriller che finisce con l’apparire artificiosa.