Salta al contenuto principale

Prato all’inglese

pratoallinglese

Juan-les-Pins, Costa Azzurra, anni Sessanta. Jean-Marie Valaise, seduto al ristorante, vede una donna salire sulla sua auto. Temendo un furto scatta ma quando arriva alla vettura trova la donna in tenuta da spiaggia bellamente seduta al posto del passeggero che consulta una guida turistica. Stranamente davanti allo sguardo interrogativo della donna è lui a sentirsi in imbarazzo. Lui. Farfuglia che quella è la sua auto, la sorpresa che si dipinge sul volto dalle sopracciglia folte, gli occhi azzurri e la vocetta con un accento inglese lo irritano, ripete: “È seduta nella mia auto, mi dica almeno perché”. L’equivoco è presto chiarito: lì vicino è parcheggiata una MG bianca identica alla sua, se non per la targa inglese. Incidente chiuso con una risata e senza dire altro lei se ne va e lui torna al suo tavolo. Tornando in albergo si accorge che sul tappetino dell’auto è rimasta la borsa da spiaggia della donna ma non avendo idea di dove trovarla per restituirgliela, la mette nell’armadio dimenticandosene. Jean Marie è lì da solo perché giusto due giorni prima della partenza lui e la sua donna hanno litigato e si sono lasciati per una stupidaggine, e la mancanza di lei si fa sentire. La sera stessa al tavolo della roulette del casinò si imbatte nella donna incontrata in automobile. È completamente diversa dal mattino, irriconoscibile. Molto più affascinante. Un gioco di sguardi, l’offerta di bere dello champagne e finalmente si presentano, lei si chiama Marjorie Faulks, signora Faulks per la precisione. Come già al primo incontro, dopo qualche chiacchiera Marjorie se ne va dicendogli che l’indomani partirà e manderà qualcuno all’albergo per recuperare la borsa. Un incontro estremamente strano, che sembra non aver possibilità di un seguito mentre non è che l’inizio di un incubo…

Ho scoperto il Frédéric Dard noir da relativamente poco, conoscevo ovviamente il notissimo Sanantonio e le sue buffe e un po’ boccaccesche indagini, ma quando ho letto il primo romanzo “fuoriserie”, per così dire, sono rimasta folgorata. Poco sangue, praticamente zero splatter, eppure i suoi romanzi sono di una durezza adamantina. Impossibile capire dove andrà a parare e quali abissi potrà raggiungere perché ti accompagna scalino dopo scalino, non c’è una discesa netta all’inferno e quando ci sei ti chiedi come hai fatto ad arrivarci. Prato all’inglese (datato 1962) non fa eccezione, dalla chiassosa solare cittadina della Costa Azzurra - dove le cose più improbabili accadono senza che ci si renda conto di quanto sono folli - arriviamo in una fredda piovosa e apparentemente indifferente Edimburgo. Se a Juan-les-Pins tutto sembra possibile, a Edimburgo ogni cosa assume un aspetto diverso. Marjorie, che Jean-Marie ha seguito certo di aver incontrato la donna della sua vita, senza bagaglio senza sapere cosa sta andando a inseguire, non è dove dovrebbe, uno sciopero dei trasporti rende del tutto impossibile tornare indietro, alla normalità insomma, e forse lui non lo vuole nemmeno. Sotto una pioggia intermittente che gli scozzesi ignorano, una specie di caccia al tesoro, incontri che sembrano casuali, il marito di lei che compare all’improvviso sulla scena scatenando se possibile ancora di più la passione che obnubila completamente il francese. Come se la pioggia nebbiosa annebbiasse oltre alla vista anche la sanità mentale, fino a un primo finale quasi grottesco. Un primo ho scritto, perché in realtà quel finale si trasforma in un inizio. Un risveglio che sembra avvenire quando ormai è troppo tardi.