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Pretendi un amore che non pretende niente

Pretendi un amore che non pretende niente

Può sembrare strano, ma Irene non è mai stata a Milano, anche se la città si trova a poco più di un’ora da Bologna. Viola la va a prendere in Stazione Centrale, per aiutarla a orientarsi in un luogo tanto dispersivo da sembrare più un centro commerciale che una stazione. Insieme raggiungono la metropolitana; poi, una volta tornate in superficie, si siedono all’esterno di un bar per fare colazione. Si trovano nella zona dei bastioni di Porta Venezia. C’è una ragione per cui la visita della città comincia proprio in quel punto: Irene la comprende quando le due si alzano e si dirigono verso una bancarella di libri usati, che tanto ricorda i bouqinistes di Parigi. Che meraviglia girare le pagine ingiallite di quei libri, anche di quello che riporta sul frontespizio una dedica bellissima, datata 5 marzo 1986... Prima di riprendere il lavoro, all’università, Elisa si attarda a guardare i ragazzi che mangiano sul sagrato della chiesa di Sant’Alessandro. Si fermerebbe volentieri anche lei a sbocconcellare la sua schiacciata con la mortadella e la crema di pistacchio insieme agli studenti, ma alla fine rientra nel suo ufficio. È docente di Letteratura nordamericana. Mangia evitando che le briciole cadano sugli appunti sul libro di Salinger; il cielo non promette granché, anzi, tra poco potrebbe nevicare, ma non importa. Decide di consumare quel che resta della sua pausa fuori da quella stanza: si annoda la sciarpa, scende le scale ed esce... Nicolò è rimasto solo in ufficio, ha preferito non accettare l’invito dei colleghi a trascorrere la pausa con loro. Ha scaldato il pranzo al microonde, ha mangiato in fretta e ora, guardando l’orologio, scopre che ha ancora quarantacinque minuti di tempo. Ha voglia di indossare il giaccone e uscire. Allora si annoda la sciarpa, sale in ascensore e raggiunge il piano zero ed esce... Chiude la finestra, ma sa già che non riuscirà a prendere sonno. C’è da aver pazienza e aspettare. Ma l’attesa è diventata la sua specialità. Ogni giorno aspetta di sapere se il numero di contagiati davvero diminuisce. Ogni notte aspetta di addormentarsi e, quando finalmente accade, sogna che il lockdown, l’epidemia, le mascherine non esistono né sono mai esistite...

Amori, amicizie, dolori, rimpianti, delusioni, sogni. Otto racconti in cui i protagonisti si muovono su uno scenario comune, rappresentato dalla città di Milano, che è molto più di uno sfondo; si fa essa stessa protagonista di ogni storia e, come ciascuno dei personaggi, vive, respira e, soprattutto, è testimone di sensazioni, emozioni e ricordi. Francesca Cerutti – milanese di nascita e varesotta d’adozione – ha riallacciato i rapporti con la sua città natale nel periodo universitario e ha trasmesso il suo amore per il capoluogo lombardo in ciascuno degli scritti che compongono questa antologia. Si tratta di racconti piuttosto brevi, molto adatti per essere letti anche quando il tempo per coltivare questa passione è risicato. La sensazione, a conclusione di ciascuna delle storie, è quella di avere un’istantanea, l’immagine di uno scorcio di vita sulla quale riflettere, anche a libro chiuso. Perché i personaggi e le loro azioni, la loro quotidianità, il loro ordinario che si fa d’un tratto straordinario restano a lungo impressi nella mente del lettore, sollecitano domande e accendono sollecitazioni. Ci si interroga sull’amicizia, sugli amori nati online e su quelli mai confessati, sui rapporti avvizziti e su quelli coltivati con la stessa cura con cui si innaffia un germoglio; ci si emoziona di fronte ai versi di una poesia o davanti allo sguardo di una giovane studentessa in cui ci si riconosce. Con un linguaggio asciutto che sa però insinuarsi con precisione tra le pieghe del cuore e lì restare, l’autrice racconta di mani che si stringono, di nuove possibilità per un presente sempre uguale a sé stesso, di luci che illuminano un “ti amo” troppo a lungo taciuto, del coraggio di scrivere e del valore di una poesia trovata per caso. Pagine intense, che si leggono con piacere, accendono echi che restano e fanno un gran bene all’anima.