Enildo Niebla li vede bene con i suoi occhi quei pazzi scatenati che urlano per strada, prendono pietre e le scagliano contro i negozi, contro le macchine, contro i palazzi dei membri del governo. Sono furiosi e allo stesso tempo eccitati, perché è arrivato il momento di esiliare Fulgencio Batista. L’atmosfera è così carica che, anche se è lì per altro, per cercare il fotografo da portare a casa sua per immortalare il compleanno del piccolo Enildo, suo figlio, non ce la fa a star fermo: non era uscito per lanciare pietre contro le vetrine, ma vede quel gesto così liberatorio e si lascia vincere dalla tentazione. Lancia pietre e corre, corre e lancia pietre: non sembra neanche lui, non si è mai lasciato andare a questa foga. Si ferma, si guarda intorno: sembrerebbe tutto molto calmo, ma all’improvviso vede un uomo correre da solo e soltanto dopo qualche secondo una fila immensa di scalmanati che lo inseguono: si tratta di una maledettissima spia del sistema, un nemico del popolo da fare fuori, senza nessuna pietà. Non sa che fare, vorrebbe soltanto cercare il suo fotografo e tornare a casa, la festa sarà già iniziata. Mentre ci pensa, il fiume umano di persone lo investe e così, in modo glorioso, muore Enildo Niebla, eroe della rivoluzione cubana: la moglie, non sapendo di essere diventata vedova, stanca di far aspettare gli ospiti, dà inizio ai festeggiamenti, col chiaro intendo di fargliela pagare al povero Enildo, la dovrà pagare cara…

Alexis Dìaz-Pimienta è fra gli autori cubani contemporanei più prolifici - conta più di 40 romanzi a suo nome - e più noti: Prigioniero dell’acqua è una narrazione corale che ha al centro quattro personaggi (Enildo, Lorenzo el Cubo, Pepe Gibara e Gustavo Enríquez) protagonisti di avventure al limite dell’assurdo, ma radicate in una fortissima e vivida umanità, termometro della vita trascorsa a Cuba nella seconda metà del XX secolo. Nelle storie e nelle vite di quei personaggi ci sono i corpi, ci sono le passioni, i sentimenti, i colori de L’Habana, ma c’è anche la paura, il freddo, il timore, l’angoscia di un popolo che tira a campare cercando di migliorare ogni giorno di più la propria vita, stretta sul filo fra la quotidianità e la speranza dell’avvenire. È un romanzo corale perché mischia anche nella forma narrativa pensieri e piani storico-biografici di più persone, senza soluzione di continuità, neanche grafica: la lingua diventa un flusso continuo di immagini, di odori, di colori, si alterna fra preghiere ed invettiva, diventa scura, del colore del mare che su una zattera i quattro amici vogliono attraversare in una notte qualunque. La narrazione è nera come il mare misterioso che divide due strisce di luci. Non è un romanzo facilmente etichettabile perché sfugge a tutti i cliché e li mescola insieme nella torrida e fascinosa atmosfera cubana: è un libro che fa sudare, che trasuda vita, quella stessa che non può essere classificata in modo banale.