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Prima che il buio

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Giugno 1935. All’Oriana, una cascina a tre chilometri da Molare, Michele c’è nato, così come ci sono nati suo padre e suo nonno. Dalla collina di casa sua lo sguardo abbraccia le montagne, i campi di grano e i castagneti, fino al fiume che scorre in fondo alla piana, tra pruni selvatici e acacie. Al di là della linea dell’orizzonte c’è Genova, mentre dalla parte opposta, nelle giornate più limpide, si scorgono montagne lontanissime, innevate fino a tarda primavera. Sono luoghi dove Michele non è mai stato e, forse, mai andrà. Michele vive all’Oriana insieme ai genitori, Eliana e Pino, e a sua sorella Dusolina, figlia di una licenza premio e nata mentre il padre era al fronte. Pino, infatti, è stato in trincea, sul Podgora, e c’è mancato davvero tanto così che il suo nome non finisse, insieme a molti altri, sulla lapide dei caduti, in piazza a Molare. Oggi Michele è felice, perché andrà con gli amici a Cassinelle, alla sagra del paese, per festeggiare l’addio al celibato di Severino, il primo della sua compagnia che si appresta a mettere la testa a posto e a fare il grande passo. Severino vuole trascorrere l’ultima notte da scapolo con le gambe sotto il tavolo, un paio di bicchieri di vino rosso, il profumo dei ravioli fumanti, l’orchestra che suona, i giovani che ballano e le ragazze da conquistare. La sagra è stata allestita in un grande spiazzo e i quattro amici - Severino il futuro sposo, Tullio soprannominato il Boxeur, alto capelli neri e il tatuaggio di una tigre come segno particolare, Franco delle Caminate e Michele - gustano i ravioli e il brodo vinoso della scodella in cui sono stati serviti, ridono e cercano di ballare con le bellezze del posto. E, quando Michele si ritrova di fronte a Giulia, pensa che sia davvero bellissima. Indossa un vestito grigio con delle rose in rilievo. Al collo porta una collana di perline, le stesse che pendono dai suoi orecchini d’argento. Il suo profumo sa di spezie e di talco e si muove leggera tra le braccia del giovane…

È il chiarore di una lucciola - un segnale piccolo ma potente - a muovere i ricordi e ad accendere la memoria, quella di un nonno ormai anziano che ha voglia di far conoscere ai nipoti la sua storia, quella di un ragazzo che oltre sessanta anni prima ha vissuto in una casa di campagna testimone di avventure che hanno segnato il suo destino e che diventano, allo stesso tempo, immagini nitide di un periodo storico da non dimenticare. Michele è un ragazzo di campagna come tanti, uno di quelli che ama partecipare alle sagre popolari e conoscere nuove persone. La vicenda si snoda a partire dal 1935 e racconta un’Italia contadina, che lavora alacremente, ma cerca anche momenti di svago che ripaghino delle fatiche quotidiane. E proprio durante una di queste feste folcloristiche gli occhi di Michele prima e il suo cuore poi restano intrappolati nello sguardo di Giulia, la ragazza di buona famiglia di cui in un attimo si innamora. Non saranno le origini umili e contadine di Michele il problema principale da affrontare per vivere con serenità il nuovo amore, quanto piuttosto il fatto che Giulia sia di religione ebraica. Ambientato in un decennio che abbraccia tutto il periodo della Seconda guerra mondiale, il romanzo di Nico Priano - autore che, dopo aver deliziato il lettore con le vicende del maresciallo Priano, protagonista di alcuni dei suoi precedenti romanzi, concentra la sua attenzione su un periodo storico sul quale è sempre interessante soffermarsi – racconta un’intera generazione di uomini e donne coraggiosi, costretti a confrontarsi con le brutture della guerra, ma chiamati a vivere anche sensazioni intense legate all’amicizia e all’amore, da sempre fulcro della vita di ognuno. Con una prosa scorrevole e un buon utilizzo delle immagini, Priano tratteggia una realtà ricca di personaggi interessanti e ben connotati. L’utilizzo del dialetto consente al lettore di immergersi in un ambiente contadino in cui si fatica e ci si aiuta; in un periodo storico difficile, in cui si è costretti a crescere troppo in fretta e a nascondere le proprie fragilità per non soccombere; in una generazione dominata dalla fame e dalla guerra ma comunque ricca di tanta umanità.