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Prima che il gallo canti

Prima che il gallo canti

Stefano è un giovane ingegnere mandato al confino in un piccolo paese di mare del meridione. Sono gli anni Trenta e molte persone, così come Stefano, subiranno la sua stessa sorte, accusati di attività antifascista e spediti lontano da casa, spesso in luoghi ameni e isolati. Il giovane, pur accogliendo le concessioni che il maresciallo gli concede – come passeggiare senza scorta lungo le vie del paese o nuotare fino a uno scoglio poco lontano – sente quella terra e quel mare come pareti naturali di una cella ora invisibile e che non riesce a scordare. “Sono paesacci” dirà un tale, “di quaggiù tutti si scappano per luoghi più civili. Che volete! A noi tocca restarci”. L’orizzonte slavato del mare diventa una quarta parete, invalicabile proprio perché senza consistenza. La monotonia delle sue giornate viene spezzata dal rapporto con Elena, la figlia della padrona di casa e con la quale intesse una sorta di relazione, ma anche dal pensiero costante rivolto a “Concia”, una servetta la cui immagine “che ha qualche cosa di caprigno, selvatico ed insieme dolcissimo” lo attira inesorabilmente. Le colline torinesi sono il rifugio di Corrado, un giovane professore fuggito dalla città invasa dai tedeschi. Accudito da due donne, trascorre molto del suo tempo passeggiando per i sentieri e frequentando una vecchia osteria dove, tra la gente semplice dei paesi vicini, ritrova Cate, una giovane con la quale molti anni prima aveva interrotto una relazione. La donna porta con sé un bambino di nome Dino, che l’uomo sospetta essere suo figlio. Corrado vive un conflitto interiore, costantemente combattuto tra la volontà di prendere una posizione o restarsene nascosto, evitando di assumersi qualsiasi responsabilità come uomo e come cittadino. L’armistizio dell’8 settembre si rivela un’illusione dopo la quale tutto precipita. Corrado è costretto a fuggire, mentre Cate e gli altri vengono catturati. Nemmeno la decisione del giovane Dino di unirsi ai partigiani riuscirà a spronarlo e Corrado cercherà di fare ritorno alla casa natale, con la speranza di ritrovare una pace interiore che non viene…

Prima che il gallo canti sembra evocare una decisione da prendere, che però non si ha il coraggio di affrontare. Nonostante il tempo a disposizione stia scadendo, Stefano e Corrado, i protagonisti dei due romanzi brevi – Il carcere e La casa in collina – che compongono questo volume pubblicato per la prima volta nel 1948, vengono sopraffatti dagli eventi senza riuscire ad assumersi le proprie responsabilità o prendere una posizione chiara che farà pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Più intimista il primo, incentrato sul bisogno di Corrado di avere una donna e nel quale Pavese rievoca la sua esperienza di confinato a Brancaleone Calabro, più articolato e complesso il secondo, nel quale la guerra è un fondale che da distante si fa sempre più vicino e pericoloso. Crude e reali le descrizioni della morte, quel “ragazzo di cera coronato di spine”, che Corrado trova morto appeso a un fildiferro, è un’immagine forte e dolorosa come un pugno in piena faccia. Ricerca interiore e volontà di riscatto sono i motori che vivono dentro a queste due opere fortemente legate alla vita di Pavese. Il ricordo del confino al quale viene costretto nel 1935 viene sviluppato nella novella Il carcere e il paese di Brancaleone Calabro si trasforma nel piccolo borgo dove Silvano viene mandato. Come in un naturale passaggio, il giovane ingegnere passa poi il testimone al professore Corrado e il minuto borgo di mare si eleva nella boscosa casa in collina, poco lontana da una Torino cupa, sempre fredda e che la primavera riesce appena a riscaldare. Ma è un tepore illusorio, come le notizie che la radio diffonde, come l’idea che un armistizio possa far cessare un conflitto e possa evitare lo spargimento di altro sangue. Per Pavese sono anni di profonda ricerca interiore che lo porteranno poi ad ottenere grandi successi letterari ma che si concluderanno purtroppo con la sua tragica scomparsa.