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Prima persona singolare

Prima persona singolare

Perché dovrebbe vergognarsi? Cosa è successo tre anni fa sulla spiaggia? Perché quella signora così apparentemente cordiale si è trasformata in una accusatrice implacabile? Non capisce. Gli capita di tanto in tanto di desiderare di sfoggiare qualcuna delle sue giacche e delle sue cravatte: non ricorda neanche quante ne ha, perché in fondo vestirsi in modo così formale non appartiene alla sua quotidianità. Quella sera la moglie è fuori, a mangiare cinese con le sue amiche: la sua allergia al cibo cinese di solito gli regala un pasto frugale e soprattutto un po’ di tempo per le sue letture. Non quella volta. C’è un’inquietudine che lo distrae dalla lettura del suo libro, dalla pace del silenzio della sua casa, gli impedisce di trovare la calma per dedicarsi a se stesso. Però è l’occasione giusta per indossare un vestito utilizzato solo una volta per un evento che non ricorda: la sua cravatta, le scarpe in pelle e sprofondarsi in un bar a sorseggiare una vodka nel frastuono della vita degli altri. Quella donna è lì, apparentemente lontana, non bella né brutta, distante nella sua meditazione. Vedersela all’improvviso al suo fianco gli provoca una certa eccitazione, ma anche un po’ di disturbo: non è lì per flirtare, non è lì per una avventura. Ma ricordargli quanto ha fatto alla sua amica, qualcosa di vergognoso, tre anni prima, su una spiaggia. Il disagio cresce: impietrito prova a rispondere, però non c’è tregua alle sue battute, alle sue accuse. Che l’abbia scambiato per qualcun altro? Niente, incassa, in silenzio, non ci sono possibilità di replica perché tutto quello che dice è utilizzato contro di lui, come in un processo. Non gli resta che pagare, scivolare giù dallo sgabello con la sua vergogna e tornare a casa più scosso di prima, con un senso diffuso di inadeguatezza, con il suo vestito elegante e la cravatta in tono...

Se si eccettua qualche eccessivo ammiccamento allo stile tutto americano dell’enumerazione di marche e prodotti come forma di accreditamento sociale, lo stile di Murakami è diretto e lineare, non nel senso della facilità di fruizione del testo, che pure è apparentemente banale se non intuibile, quando non anticipato, ma del percorso logico. Ciononostante non mancano i finali a sorpresa, a volte ammantati di un’aura magica, altre volte rappresentati dalla brusca chiusura di una scena, di una narrazione, con l’intento dichiarato di lasciare al lettore una delle continuazioni possibili della storia. Murakami si lancia in percorsi introspettivi tutti incentrati su un io narrante (Prima persona singolare, appunto) ora giovane studente alle sue prime esperienze amorose, ora marito devoto in libera uscita: c’è sempre un’attenzione quasi maniacale alle colonne sonore (quasi sempre jazz, se non musica classica condivisa con una scimmia parlante!), alla poesia della vita (apprendiamo cosa sono i tanka, composizioni di 31 sillabe), a bevande e cibo come oggetti di una dimensione spaziale in cui l’individuo fatica a trovare un vero senso, anzi, a volte se ne vergogna, perché attraverso oggetti e lavori, lo scrittore scava nel significato individuale, prima ancora che oggettivo, della vita. La memoria gioca un ruolo fondamentale, ma non è memoria di cose o nomi, è una memoria emotiva, di sensazioni, di immagini, di ricordi legati a momenti di felicità sottovalutati e poi rimessi nell’oblio della vita quotidiana, quasi sviliti. Si tratta di un recupero certosino di una dimensione individuale di umanità che permette di leggere con un occhio più attento il banale accumulo delle esperienze della vita. Sono ricordi spesso sfumati, che poi della vita tratteggiano involontariamente l’essenza. C’è qualcosa di magico in queste scoperte, c’è qualcosa di magico in Haruki Murakami, capace di rendere i ricordi alla stregua di narrazioni degne di un racconto, o forse dei racconti degni di essere accomunati a dei ricordi archiviati da tempo nel subconscio.