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In Primavera

In Primavera

La piccola Anna ha tre mesi e ora la vita dello scrittore svedese Karl Ove Knausgård ruota tutta attorno ai quattro figli da accudire, alla gestione della casa e alla scrittura di un diario dedicato alla nuova arrivata. Un diario nel quale gettare le innumerevoli descrizioni di una vita che la bambina affronterà giorno per giorno, ma anche le proprie sensazioni, le emozioni, le riflessioni su cosa sia la realtà che lo circonda. Una realtà che in questo momento viene affrontata con l’assenza della moglie, costretta in ospedale a causa di una crisi depressiva. Alle piccole e grandi gioie quotidiane si mescolano la preoccupazione e le piccole e grandi difficoltà nel portare avanti con responsabilità qualcosa che potrebbe sommergerlo, soprattutto perché uno scrittore avrebbe bisogno di rinchiudersi in un luogo isolato e silenzioso, per aprire la mente e dare spazio alle parole in maniera quasi egoistica ed esclusiva. Ogni giorno diventa un passo in più da fare, una fatica da affrontare sempre osservando la piccola Anna che è venuta al mondo e quasi non sa di esserlo. “Non sai cos’è l’aria” le scrive “eppure respiri. Non sai cos’è il sonno, eppure dormi. Non sai cos’è la notte, eppure vi dimori. Non sai cos’è il cuore, eppure ti palpita incessante nel petto, giorno e notte, giorno e notte, giorno e notte.” Parlarle, raccontarsi, diventa un atto di sottomissione all’esistenza di una bambina che ha bisogno di tutto e che per questo si trasforma nel simbolo della felicità, del lasciarsi andare al flusso degli eventi, mentre per un adulto la vita si riduce sempre a qualcosa che va parato e da cui occorre difendersi...

Forse, dei capitoli stagionali dedicati alla figlia, in Primavera è quello più delicato e profondo, perché Karl Ove Knausgård si mette davvero a nudo davanti al lettore, mostrandosi fragile ma senza per questo aver timore di dichiararlo. La depressione della moglie lo costringe a dedicarsi completamente ai figli e alla casa, dove tutto diventa materiale da descrivere, fonte di ragionamento: il confronto con la propria natura solitaria, che si sospende in favore della famiglia; la comprensione che l’Io è sempre diretto verso gli altri, attraverso il linguaggio e i pensieri. Tutti noi abbiamo bisogno di relazioni, di sperare che gli altri sappiano che ci siamo, anche quando la nostra indole ci vorrebbe solitari. Ma la nascita di un figlio ci mette davanti alla nostra stessa identità, mostrandone i limiti. Così è per Karl Ove che, nella stagione forse più difficile della sua vita. Si confessa alla piccola Anna, che lo osserva dall’alto della sua innocenza. “Tuo padre è così, un po’ schivo nei confronti delle persone, non perché lo voglia necessariamente, ma perché è successo e perché la vita, da solo davanti a una tastiera e a uno schermo, è più semplice. (..) Quando arriverà il momento, vorrei che tu pensassi bene di me. E che tu pensassi bene di noi, dell’estate che per noi è stata così difficile”. Per tutti questi riferimenti, Karl Ove sembra tornare ai temi usati in La mia battaglia e ai sei romanzi che la compongono, con un particolare riferimento al libro La morte del padre, proprio perché oggi anche lui è un padre che vorrebbe dare ai suoi figli tutto l’amore che non ha ricevuto da un genitore assente, freddo e distante.