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Primavera in Siberia

Primavera in Siberia

Il primo ricordo è quello di un luogo che sembra non appartenere a nessuna geografia. Difficile da trovare sulle mappe, difficile da raggiungere, per certi versi anche difficile da immaginare per chi non ci sia mai stato. E poi c’è il freddo, mitigato da tanti vestiti, stratificati al punto da rendere impossibile non arrivare a scuola zuppi di sudore, nonostante il gelo. Per terza arriva la consapevolezza di non essere come tutti gli altri, non quel senso di superiorità dell’outsider per scelta, ma con la tristezza dell’escluso. Del resto, come potrebbe non esserlo un ragazzo che ama imparare poesie e realizzare bamboline con i denti di leone? Siamo ancora negli ultimi spasmi della morente Unione Sovietica, in un non luogo in cui c’è poco di tutto, in cui persino tua madre ti dice che la vita qui è come un esilio perenne. E poi ci sono le carte geografiche, in cui il primo segno visibile di civiltà è 4000 chilometri a ovest (Mosca) e 4000 chilometri a est (Vladivostok) in un nulla bianco riflesso dalla terra e dal cielo in cui il giovane abita. In tutto questo, gli occhi preoccupati di genitori che al mancare del potere del soviet vedono i segni di una decadenza che renderà tutto ancora più incerto e pericoloso…

È davvero raro trovare in un romanzo autobiografico uno stile che sia profondamente sensibile e allo stesso tempo profondamente letterario. Questo accade quando nella vicenda personale, per quanto essa sia individuale e irripetibile, c’è un qualcosa che parli in maniera più ampia in grado di risuonare nei lettori di pari sensibilità. In Primavera in Siberia, del resto, è presente uno dei temi più cari alla letteratura “alta”, il passaggio dall’età infantile all’età adulta, quella misteriosa “linea d’ombra” evocata da Conrad. Qui il passaggio peraltro avviene in una grande fase di transizione collettiva: la trasformazione della società comunista in… in cosa? Difficile dirlo, non certo in una forma democratica, ma in una nuova autocrazia sostenuta da una nuova criminalità che ha riempito rapidamente tutti gli spazi lasciati vuoti dal comunismo. In questo Artem brancola nel buio, in modo onesto e curioso, alla ricerca di sé, comprendendo per contrasto cosa non vuole essere, prima di capire chi egli sia. Nella maniera dei veri ricercatori, non si affretta nel trovare risposte, ma preferisce lasciare sospese le domande. Quindi ricerca, esplora, tenta di cambiare il mondo intorno a lui, pronto a sua volta a essere cambiato. Eppure le paure non sono assenti e i rischi in un paese che diventa sempre più omofobo aumentano.