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Prince, Rogers & me

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Il 21 aprile 2016, Prince Rogers Nelson viene trovato esanime in un ascensore della sua abitazione di Chanhassen, poco distante da Minneapolis. A nulla serve l’intervento dei medici; la polizia constaterà che il decesso è avvenuto almeno otto ore prima. La notizia si sparge rapidamente in tutto il mondo: Prince, idolo degli anni ’80, è morto a causa di un utilizzo massiccio di farmaci contro il dolore. Il poliedrico artista del Minnesota non ha un cellulare, ma solo telefoni fissi sparsi per Paisley Park, sua eccentrica abitazione, nonché ufficio e studio di registrazione; questo gli impedisce di chiamare i soccorsi. Nonostante Prince abbia l’abitudine di lavorare di notte, quel 21 aprile non invia mail ai suoi collaboratori e non risponde alle chiamate, fatto trovato strano dal suo “inner circle” che non si preoccuperà, però, di capirne il motivo fino al mattino. Eppure, solo qualche giorno prima, l’aereo privato del cantante era stato costretto a un atterraggio di emergenza a causa di un suo malore poi stranamente liquidato come una semplice influenza. Inoltre, comincia ad aleggiare il sospetto che, nelle primissime ore successiva alla morte di Prince, qualcuno abbia fatto sparire da Paisley Park documenti e informazioni potenzialmente utili a comprendere meglio il motivo del tragico incidente…

Nel 1991, Oliver Stone decise di dirigere un film (o un biopic, come si dice oggi), su Jim Morrison e sui Doors. Furono molte le polemiche in merito all’attendibilità della storia che seguirono all’uscita del film e che arrivarono un po’ da tutti i fronti: fan, giornalisti, critici, alcuni dei componenti superstiti della band… Stone dichiarò di aver voluto raccontare sul grande schermo la sua visione di Morrison, quella maturata da ragazzo durante il suo servizio in Vietnam, avvenuto tra il 1967 e il 1968, mischiandola a frammenti di fatti realmente accaduti. The Doors, assieme a Platoon del 1986 e a Nato il quattro luglio del 1989, non sono solo la rappresentazione cinematografica di un periodo storico, ma sono anche il racconto di importanti tasselli nel percorso formativo del loro autore. Qualcosa di simile si può affermare su Maria Letizia Cerica, giornalista e critica, che nel suo libro non si limita a mettere in fila fatti biografici su Prince, anzi fa tutt’altro. L’autrice non racconta ma affronta il cantante, o meglio, affronta sé stessa, fan storica e a tratti consapevolmente idolatrante, alle prese con la perdita di qualcuno che non si è mai posseduto, ma che sembra essere sempre stato lì, anche se in sogno. Prince, Rogers & me è un piccolo libro dai risvolti poetici e a volte vagamente complottista, a volte interessante e a volte oscuro, scritto con lo stile (e con il cuore) di chi, palesemente, aveva questo progetto “nella penna” da anni. Tuttavia, proprio per la connessione intima tra la storia e la scrittrice, il rischio è che quest’opera possa non catturare l’attenzione di tutti i fan di Prince ma solo di quelli emotivamente in sintonia con i suoi toni.