Il concerto di Neil Young è appena terminato. Fabio Pugno, amante della musica e scrittore di successo, va nel backstage per salutare l’artista lasciando sua moglie Loredana ad aspettare. Ma prima di riuscire a raggiungere il musicista s’imbatte in uno strano tipo che sembra leggergli nel pensiero: Fabio sta canticchiando mentalmente The night watch dei King Crimson e lo sconosciuto lo apostrofa con le parole “Il Grande Ingannatore”, che hanno attinenza col brano. Non solo: nel dialogo che segue, lo sconosciuto dimostra di sapere nome e cognome di Fabio... “Cosa desideri più d’ogni altra cosa?” chiede il tipo al culmine della conversazione che ha ormai cancellato il proposito d’incontrare Neil Young. “La Verità”, butta lì lo scrittore. Su cosa sia disposto a dare per acquisire la Verità la risposta di Fabio è “Tutto, le mie misere spoglie, persino mia moglie”. Già, Loredana. Loredana che non è più lì ad aspettarlo quando Fabio torna dopo lo strano incontro. Ma quanto tempo è passato? Quanto è stato in compagnia dello sconosciuto? Sembra un sogno... L’indomani, lei, Loredana Robecchi, docente di Estetica alla Statale di Milano viene trovata nuda nel cortile maggiore dell’Università. È in completo stato confusionale, mani, piedi e bocca grondanti sangue. A terra giacciono otto cadaveri disposti a formare una rosa dei venti. Dilaniati. A morsi. Aperti con la forza delle mani, gli organi interni sbranati. Loredana viene tratta al Policlinico in stato di fermo. Ad indagare, il Commissario Belletti, un “molosso della ragione” il cui fiuto lo porta però a sentire lo zampino del diavolo in questa storia. “Compresi che la vita è un gioco di dadi in cui ciò che conta è sì la fortuna, ma soprattutto la consapevolezza che noi siamo i dadi che stiamo lanciando”...

“Un Faust di meno” recita il sottotitolo de In principio era il dolore. Chiaro ma non scontato: una scelta ardua per un romanzo atipico e singolare. Filosofia, escursioni nel metafisico e nel soprannaturale non senza accenti grotteschi e, al contempo, lo sviluppo di una trama Thriller. Romanzo complesso e impegnativo, visti i reiterati confronti esistenziali tra il Diavolo e il protagonista ambizioso d’Assoluto, di Conoscenza, di Verità. A latere, le riflessioni che il Commissario va, per contro, elaborando sull’interpretazione dei fatti. Il tutto in un impianto che ha radici ben salde nei grandi classici ottocenteschi ricchi di decorazioni su scuro legno massiccio come le schermaglie dialettiche che il Bon-Bon di E. A. Poe intrattiene col suo Diavolo di turno. Oltre ai richiami all’apertamente menzionato Faust di Goethe, p ovviamente. Ma le tante citazioni rock, congiuntamente all’ambientazione moderna, fanno sì che la mente vada anche al film Il fantasma del palcoscenico (Brian De Palma, 1974) che a sua volta si ispira parzialmente al Faust. Abbiamo così un alternarsi di dialoghi dallo stile barocco da una parte, ed uno stile conciso e frammentato in periodi brevi nei passi attinenti al “reale”. Il gioco è proprio qui: sono così separati i due piani? L’occhio – e la formazione, si direbbe - di Paolo Scardanelli è ai colossi dei secoli d’oro delle varie discipline. E qui i due piani si ripresentano e si rappresentano. Da un lato tante citazioni musicali (su Spotify troverete una bella playlist legata al romanzo), dall’altro tante citazioni letterarie e filosofiche: Spinoza, Mozart, Baudelaire, William Blake, Escher, Wittgestein, fino al Gonzalo Pirobutirro dell’incompiuto di Gadda, tra le altre duecento. Tiresia ce lo troviamo addirittura in conversazione diretta col protagonista (e qui aleggia ancora Poe...). In principio era il dolore è un romanzo fuori dagli schemi, pervaso da un linguaggio eterogeneo che non può e non deve passare inosservato nonostante –o proprio perché- Paolo Scardanelli, anziché strizzare l’occhio al lettore, sembra sfidarlo. Sfidando anche sé stesso nell’impresa di attualizzare il mito del Faust. Autore quanto mai schivo, ha già pubblicato per Carbonio Editore L’accordo. Era l’estate del 1979 e, in uscita a settembre, L’accordo. I vivi e i morti. Da leggere tutti. Preferibilmente nella casa di montagna con a fianco una bottiglia di Armagnac dai riflessi ammalianti e indefinibili. Come quando ci si gusta un elegante film in bianco e nero come La bellezza del diavolo (René Clair, 1949). Ah! Pure quello era “un” Faust. Uno di più. Non uno di meno.