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Processo a Pasolini

Processo a Pasolini

18 novembre 1961. I fratelli Benedetto e Bernardino De Santis, due giovani fratelli titolari di un bar trattoria nei pressi di S. Felice Circeo, denunciano alla locale stazione dei Carabinieri che il più piccolo dei due ha subito un tentativo di rapina a mano armata. Un equivoco avventore, dopo aver ordinato una Coca-Cola e aver importunato il De Santis con strane domande, si sarebbe infilato lunghi guanti neri e avrebbe minacciato il ragazzo di morte brandendo una pistola con pallottole d’oro rapinandolo di lire 2000, per poi uscire facendo oscure allusioni. La storia è già inverosimile di per sé, ma lo diventa ancor di più quando i fratelli fanno nome e cognome del misterioso rapinatore: si tratterebbe addirittura del celebre regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, odiato dalla stampa conservatrice che non aspetta altro per massacrarlo...

Umberto Apice, magistrato presso la Corte di Cassazione con la passionaccia per la Letteratura (ha collaborato in passato con la chicchissima rivista “Nuovi argomenti”), ripercorre con puntualità uno dei numerosi percorsi che compongono l’odissea giudiziaria di Pier Paolo Pasolini, bersagliato costantemente durante la sua vita da accuse, censure, denunce, ostracismi (non ultima l’espulsione dal PCI per motivi ‘morali’, oggi impensabile), la strana storia della rapina del Circeo, che Pasolini avrebbe effettuato “per vedere cosa si prova e scriverci su” (!?). Della vicenda in questione Apice evidenzia le incongruenze giuridiche, il paradossale svolgimento (condanna per “minaccia con arma” a 15 giorni di reclusione e ammenda in primo grado, applicazione dell’amnistia sul procedimento e poi assoluzione insufficienza di prove per il reato di rapina aggravata in appello, ricorso alla Cassazione ritenuto inammissibile) e la sottocultura omofoba sparsa a piene mani nelle arringhe e nelle motivazioni delle sentenze. Un saggio breve ma documentato che ci offre uno spaccato vivido di più fasi della temperie ideologica e culturale italiana negli anni ’60 e contribuisce a fare luce sulla tristezza esistenziale che sembrava aver fiaccato il Pasolini degli ultimi anni. Chi non si sarebbe piegato in se stesso, chi non avrebbe rinunciato a sperare e in parte a combattere di fronte a tanta violenta idiozia?