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Profughi

profughi

Esiste qualcuno costretto a fuggire, da sempre e ovunque. I profughi di Parga è un dipinto olio su tela del 1831 (grande quasi due metri per tre, iniziato nel 1816) del grande artista italiano Francesco Hayez (Venezia, 1791 - Milano, 1882), ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, e mostra un gruppo di profughi greci in fuga da Parga, piccolo comune greco sull’Adriatico proprio sotto l’attuale Albania, dopo che gli inglesi nel 1819 lo avevano “venduto” all'impero ottomano. Fu esposto subito e per la prima volta al pubblico all’Accademia di Brera. A primavera 2021 è stato accolto nello spazio espositivo del Parlamento ellenico in piazza Sintagma per la mostra sul bicentenario della rivoluzione d’indipendenza greca. Il dipinto è ancor più prezioso perché cattura la dimensione intermedia in una migrazione (tanto più se forzata), la sospensione tra la vita che c’era e quella che sarà, tra la normalità quotidiana e un nuovo, stordente senso di alienazione; insomma l’asimmetria e la diacronia del fenomeno migratorio. I profughi, ogni sapiens delocalizzato (forcibly displaced people) è condannato a una condizione (non scelta, nemmeno un poco, e spesso conseguente a una fuga avventurosa) governata dall’arbitrarietà e dalla contingenza. Immaginate da Hayez quasi due secoli fa, le genti di Parga ci parlano delle decine di milioni di altri uomini e donne che hanno avuto la medesima condanna, prima e dopo, degli altri che ancora ora l’hanno o la avranno. La bella interessante collana “Icone” della casa editrice Il Mulino (già una quindicina di titoli) consente di narrare e leggere alcune brevi colte riflessioni scaturite da un’immagine, pensieri provocati da quella specifica immagine, qui la tela sui profughi greci di Hayez esaminata da una notevole esperta…

La docente di storia contemporanea, Storia delle rivoluzioni nel Mediterraneo dell’Ottocento e History of Diplomacy presso l’Università di Pavia Arianna Arisi Rota (1964) prende spunto dai personaggi rassegnati e dignitosi di un quadro-icona degli esili ottocenteschi (divenne un caso internazionale, come noto molto se ne occupò Foscolo) per affrontare il trauma dello sradicamento, di ogni delocalizzazione forzata. Il volume è appunto dedicato “ai profughi di ogni tempo e luogo”, risultando suddiviso in sei capitoli con le note in fondo a ciascuno. Nei primi due l’autrice contestualizza storicamente la decisione inglese nelle vicende mediterranee e documenta la tenace resistenza dei pargioti. Nel terzo (che contiene anche un inserto fotografico a colori, di documentazione visiva) viene affrontata la committenza del quadro e la “solidarietà creativa” emersa attraverso l’asse Berchet-Hayez. Nel quarto e nel quinto il quadro viene acutamente meticolosamente analizzato e si cerca di rispondere innanzitutto alla domanda sui dolori reali di vivi e morti rappresentati da quel grande pittore, fotoreporter a distanza e “genio democratico” (Mazzini). Continui sono i riferimenti, i dati ulteriori e le comparazioni geopolitiche con situazioni analoghe o storie successive di rifugiati. Il titolo del sesto capitolo segnala, così, una dimensione frequente e “senza tempo: partenze, respingimenti, accoglienze”. “Come i profughi di Parga, presto dimenticati da quella stessa opinione pubblica internazionale che si era mobilitata per la loro causa, il destino di molti rifugiati finisce rapidamente nell’oblio, bloccandoli per anni in tendopoli e campi concepiti per transitare, non per vivere”. Così “il viaggio dei profughi, quello interiore, quello che non finisce mai, è tutto lì, nella tela… La scommessa di Hayez, fare pittura civile, è vinta”.